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Cosa c’entra la bandiera palestinese con le proteste giovanili in Europa

È usata da molti manifestanti, ma per le destre è la prova della matrice islamica dei disordini

20 ottobre 2026
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In seguito alle variegate proteste e ai disordini che hanno attraversato diverse città italiane il 17 e il 18 ottobre, si è subito cercato di interpretare i simboli e gli slogan utilizzati in queste manifestazioni. Parlando con Facta il giornalista esperto di mobilitazioni e cultura digitale Leonardo Bianchi ha spiegato che a Milano, Torino, Bologna e in altre città è andata in scena la stessa grammatica della protesta che unisce Parigi, Tirana, Madrid, Katmandu o Giacarta. «Nei cortei italiani si sono visti simboli condivisi a livello internazionale, come la maschera dell’Uomo Ragno o le bandiere albanesi che rimandano alla rivoluzione dei fenicotteri. Questi si mescolano con elementi tipicamente italiani». Ad esempio Bianchi ha notato come su TikTok vari manifestanti di seconda generazione abbiano postato video mentre ballano le canzoni di Bello Figo, il rapper che una decina di anni fa costruì buona parte della sua identità artistica sulla satira degli stereotipi razzisti.

La bandiera palestinese è diventata uno dei simboli delle attuali proteste in diversi Paesi. Se a prima vista appare slegata dalle mobilitazioni studentesche nate in Francia tra settembre e ottobre contro il degrado della scuola ed estese in Europa contro il carovita, oggi il suo valore va ben oltre la solidarietà a Gaza. Parlando con Facta la giornalista e podcaster italo-tunisina Leila Belhadj Mohamed ha spiegato che «molti osservatori sono stati colti di sorpresa e se ne sono resi conto solo negli ultimi giorni, ma la trasformazione della bandiera palestinese in un super simbolo di tutte le istanze di protesta contro le ingiustizie, di tutto ciò che non va nella vita delle nuove generazioni, anche in Occidente, è in corso ormai da anni». 

Belhadj Mohamed sottolinea come la tragedia palestinese parli alle giovani generazioni occidentali in modo molto più diretto e vicino di quanto si possa immaginare. A Gaza si manifestano con particolare evidenza dinamiche politiche ed economiche che, seppure in forme diverse, attraversano anche le società occidentali: il potere del complesso militare-tecnologico, l’ascesa dell’estrema destra, la distruzione delle abitazioni e i progetti immobiliari come quello della cosiddetta “Gaza Riviera”, che rischiano di tradursi nello sfollamento forzato di migliaia di palestinesi. Sono questioni che non riguardano soltanto il destino della popolazione palestinese, ma richiamano anche le precarietà, le disuguaglianze, la repressione e le ingiustizie con cui i giovani in Occidente si confrontano quotidianamente. Anche per questo, aggiunge Belhadj Mohamed, «la bandiera è stata usata in modo trasversale, non solo dai cittadini italiani di seconda generazione, come invece affermato da più parti».

All’inizio delle mobilitazioni studentesche in Francia, quando le proteste erano perlopiù pacifiche, l’ambasciatore israeliano in Francia, Joshua Zarka, ha provato a minimizzare, ritenendo limitata la presenza di bandiere palestinesi nelle manifestazioni dei liceali. «Penso che non rappresenti la gioventù francese», ha affermato alla radio Europe1, per poi aggiungere, senza portare delle prove, che quelle bandiere venivano distribuite dal partito di estrema sinistra La France Insoumise.

Tuttavia, nel momento in cui hanno iniziato a circolare i video dei saccheggi in Francia e in Italia, improvvisamente la bandiera palestinese è diventata secondo alcune letture di parte il modo più ovvio per spiegare quelle violenze. Se la saldatura ideologica tra Israele e l’estrema destra europea non è nuova, in seguito ai disordini del 17 e 18 ottobre è diventata ancora più evidente a livello internazionale una narrazione condivisa su X tra vari account filo-israeliani e di estrema destra, che hanno immediatamente collegato vetrine spaccate ed edifici in fiamme con lo sventolare di bandiere palestinesi. 

Il 18 ottobre la testata online in inglese The Times of Israel ha subito titolato così un articolo: «negozi saccheggiati a Milano durante una manifestazione contro il carovita con simboli palestinesi». Su Instagram l’account Israel’s war room, attivo nel divulgare propaganda filo-israeliana, condividendo un video delle proteste in Francia ha affermato: «Ovunque ci sia caos, c’è una bandiera palestinese. Ecco cosa significa “globalizzare l’Intifada”». Mentre la testata australiana conservatrice News24 ha titolato un servizio televisivo «La bandiera palestinese sventola “quasi ovunque” durante le rivolte in Francia». Davanti alla domanda della giornalista sul nesso tra le proteste contro il carovita e la bandiera palestinese, il commentatore politico  Brendan O’ Neill della testata libertaria di destra Spiked ha affermato che per via della bandiera palestinese, le proteste vanno interpretate chiaramente come una rivolta anti-occidentale. 

Agli occhi dell’estrema destra la bandiera palestinese non è quindi un super simbolo che racchiude tutte le istanze di protesta di una generazione, ma diventa invece il motivo per cui non bisognerebbe prenderle in considerazione. La presenza di quella bandiera diventa il paradigma di uno scontro di civiltà: da un lato l’ordine e la legge dell’Occidente, dall’altra la barbarie distruttrice dell’estremismo islamista, o la violenza dei “migranti musulmani” che mettono a ferro e fuoco Milano. Online c’è anche chi ha definito la bandiera palestinese «una versione socialmente accettata della bandiera dell’Isis, per questo i musulmani ne approfittano», ed equiparandola a un simbolo d’odio, c’è chi ha chiesto di metterla al bando: «penso che sia arrivato il momento di vietare questa bandiera», ha scritto su X un noto account di destra in lingua inglese. 

Al momento l’utilizzo in uno spazio pubblico della bandiera palestinese è vietato solo in Israele, anche se in Europa negli ultimi anni le manifestazioni di supporto alla causa palestinese sono state oggetto di divieti e restrizioni. Uno dei casi più noti viene dal Regno Unito, dove nel 2025 l’organizzazione Palestine Action è stata dichiarata dal governo britannico un’organizzazione terrorista. Per via del suo sostegno a Palestine Action, nel Regno Unito è stata vietata la vendita dei romanzi della celebre scrittrice irlandese Sally Rooney.

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