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Il complottismo propagandistico sull’omicidio di Henry Nowak che infuria dagli USA all’Europa

Un ecosistema internazionale di influencer e partiti di estrema destra ha utilizzato un caso di cronaca nera nel Regno Unito per alimentare teorie utili alla propria propaganda

12 giugno 2026
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Da giorni la recente notizia della condanna all’ergastolo di Vickrum Digwa, ventitreenne di religione sikh, per aver ucciso nel Regno Unito un diciottenne bianco di nome Henry Nowak, ha ferocemente acceso il dibattito pubblico nel Paese. Al centro delle discussioni su criminalità e questioni razziali è finita in particolare la polizia, dopo che un video mostrava gli agenti arrivati sul posto non credere inizialmente alla vittima, a terra esanime, mentre diceva loro di non riuscire più a respirare e di essere stato accoltellata.

Il caso però è stato fin da subito fagocitato dalla propaganda politica dell’estrema destra britannica (e non solo), che l’ha strumentalizzato per scatenare violente proteste nel Paese e rilanciare teorie del complotto secondo cui la libertà dell’“uomo bianco” sarebbe in pericolo, con la polizia così intimorita dall’essere accusata di razzismo da finire per discriminare i bianchi. 

La ricostruzione del caso

Nella sentenza di condanna, il giudice William Mousley KC ha ricostruito le fasi diverse del caso. Lo scorso 3 dicembre Henry Nowak, studente diciottenne del primo anno di contabilità e finanza all’Università di Southampton, stava tornando a casa da solo dopo una serata passata con i compagni di calcio. Intorno alle 23:30 (ora locale), lungo la strada, incrocia un ragazzo di 23 anni di nome Vickrum Digwa. Durante il processo è emerso che si è trattato di un incontro casuale, che Nowak era disarmato e che aveva bevuto a un livello inferiore al limite consentito per la guida in stato di ebbrezza. 

Il ventitreenne era sobrio e che, per motivi legati alla sua religione, il Sikhismo, portava con sé un coltello chiamato “kirpan” (secondo la legge britannica, una persona può portare un kirpan per motivi religiosi, cerimoniali, sportivi o storici). In aggiunta Vickrum Digwa, continua il giudice, aveva anche un altro «pugnale sikh» in un fodero più grande, attaccato sopra i vestiti. Nel corso del processo l’omicida è stato descritto come una persona «ossessionata dalle armi».

Quando i due giovani si incrociano, continua la sentenza, ci sarebbe stata un’interazione: Henry Nowak avrebbe iniziato a riprendere con il proprio cellulare Digwa, presumibilmente dopo aver notato la lama più grande portata dal ragazzo, domandandogli se fosse un «uomo cattivo». Digwa si sarebbe poi avvicinato a Nowak, rispondendogli di essere un «uomo cattivo» e togliendogli il telefono dalla mani. Tra i due sarebbe così nata una colluttazione. 

Il giudice Mousley KC spiega che cosa è successo precisamente in questi attimi è noto solo ai due giovani, ma che, come accertato dalla giuria, Vickrum Digwa ha «deliberatamente pugnalato» con il coltello più grande Henry Nowak per cinque volte, procurandogli una lesione mortale al torace. Il consulente medico del tribunale ha precisato che per le gravi ferite riportate nessun tipo di trattamento medico d’urgenza avrebbe potuto salvare il giovane. Nella sentenza si legge inoltre che Digwa, dopo averlo accoltellato, ha filmato, con il cellulare della vittima, Henry Nowak esanime a terra. 

Poco dopo è arrivato sul posto il fratello di Vickrum Digwa, Gurpreet. In questa fase Vickrum ha detto al fratello che Henry Nowak, prima di quanto accaduto, si era rivolto a lui con epiteti razzisti e che lui si era difeso. Una tesi che però nel processo non ha trovato alcuna conferma e che è stata definita dal giudice una menzogna. 

A quel punto, Gurpreet ha chiamato la polizia, sostenendo che il fratello fosse stato aggredito «per motivi razziali» e dichiarando che sul posto non erano presenti armi. Mentre Gurpreet parlava con gli agenti, infatti, l’arma del delitto era stata portata via, su richiesta di Vickrum Digwa, dalla madre dei due fratelli, arrivata insieme al padre sul luogo. 

Una volta che gli agenti sono arrivati sulla scena, Vickrum Digwa ha continuato a mentire sulla dinamica dell’aggressione, ostacolando in questo modo il loro lavoro. A causa di menzogne, ha stabilito la sentenza, «gli agenti di polizia intervenuti credevano sinceramente che ci fossero motivi ragionevoli per sospettare che Henry avesse commesso un reato e lo hanno arrestato, con la conseguenza che è stato ammanettato per circa un minuto prima che le sue condizioni peggiorassero ulteriormente e l’agente che lo ha arrestato iniziasse la rianimazione cardiopolmonare». Il giudice Mousley KC scrive che essendo accaduto di notte, il buio e il fatto che la vittima indossasse una felpa nera non hanno permesso agli agenti di capire fin da subito che il diciottenne era stato accoltellato al torace e quindi di comprendere la gravità della situazione.  

Per tutti questi motivi Vickrum Digwa è stato ritenuto colpevole di omicidio e condannato il 1° giugno 2026 all’ergastolo, con un periodo minimo di detenzione di 21 anni prima che possa essere presa in considerazione da una commissione apposita la possibilità di beneficiare della libertà condizionale. Digwa è stato condannato anche per porto abusivo di coltello in luogo pubblico. Sua madre, Kiran Kaur, è stata riconosciuta colpevole di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto e il prossimo 17 luglio sarà emessa la sentenza nei suoi confronti.

Il video dell’arresto di Henry Nowak e le accuse alla polizia

Lo stesso giorno della sentenza, le forze dell’ordine, con il permesso della famiglia Nowak, hanno diffuso il video di una delle bodycam degli agenti intervenuti sulla scena dell’aggressione mortale. Le scene mostrate nella registrazione hanno scatenato le proteste contro l’operato della polizia. 

Nel filmato si vede Vickrum Digwa dire a uno degli agenti di essere stato colpito al volto, mentre Henry Nowak a terra ripete più volte con difficoltà di non riuscire a respirare e di essere stato accoltellato. L’agente in un primo momento gli risponde «Non credo proprio, amico», e lo ammanetta, girandolo, a terra. Poi afferma: «Dice di essere stato accoltellato, quindi controlliamolo». 

In quegli attimi gli agenti presenti non si rendono conto della profonda ferita al torace. A quel punto a Henry Nowak, ammanettato, viene detto che è stato arrestato per aggressione. Poco meno di tre minuti da quando la polizia è arrivata sulla scena, gli agenti iniziano però a praticare la rianimazione cardiopolmonare al diciottenne e a chiamare un’ambulanza.

Dopo la sentenza dell’ergastolo per Digwa e la diffusione del video, Mark Nowak, il padre della vittima, ha affermato che il contrasto tra il modo in cui suo figlio e il suo killer erano stati trattati era «insopportabile». «Henry non sarebbe dovuto morire per le strade di Southampton mentre era in custodia della polizia», ​​ha affermato Mark Nowak, definendo quanto accaduto «inumano e degradante». «Henry non è morto con dignità. Non è morto con le cure che meritava. Ha perso conoscenza prima che qualcuno potesse credergli», ha continuato il padre, aggiungendo di aver chiesto un’indagine «completa, senza timori e trasparente» sulla gestione del caso da parte della polizia.

Alexis Boon, il capo delle forze dell’ordine dell’Hampshire – la contea dove si è verificato l’omicidio –, ha successivamente chiesto scusa alla famiglia Nowak per il fatto che il diciottenne fosse stato ammanettato e arrestato mentre era in fin di vita a terra. Boon ha poi aggiunto che uno degli agenti che si vedono nel filmato ha lasciato il corpo di polizia per un motivo non legato a quanto accaduto la notte dello scorso 3 dicembre, mentre altri tre agenti intervenuti quella notte non sono più in servizio attivo. 

La polizia di Hampshire si è inoltre autodenunciata all’Ufficio indipendente per la condotta della polizia (IOPC), che ha aperto un’indagine sull’operato degli agenti. La polizia ha anche comunicato di voler richiedere al governo britannico guidato dal primo ministro laburista Keir Starmer una revisione delle leggi relative al porto di armi da taglio per esenzioni per motivi religiosi. I leader britannici della comunità sikh, che hanno condannato all’unanimità l’omicidio, ma sostengono che la lama usata da Digwa non sarebbe stata legata al suo credo religioso, al contrario di quanto si legge nella sentenza di condanna.

L’omicidio di Henry Nowak tra disinformazione, violenze e propaganda di estrema destra

Le dinamiche dell’omicidio di Henry Nowak e in particolare la diffusione del video con l’operato degli agenti di polizia nei confronti della vittima hanno suscitato indignazione e rabbia e accesi dibattiti su polizia, razzismo e criminalità con armi da taglio nel Regno Unito. 

In questo clima non è mancata la disinformazione sul caso. Un’ex agente di polizia di nome Christi Hill è stata costretta a recarsi in un luogo sicuro dopo che si era diffusa la falsa notizia, alimentata anche da Grok, il chatbot IA di X, secondo cui lei sarebbe stata una degli agenti che avevano arrestato Nowak mentre era a terra in fin di vita. 

La famiglia del diciottenne ucciso aveva inoltre chiesto pubblicamente che la sua morte non venisse «usata per creare ulteriori divisioni, odio o tensioni» nel Paese. Ma nonostante questo appello, il 2 giugno a Southampton, nei pressi del luogo dove è avvenuto l’omicidio, si sono svolti violenti disordini e scontri con le forze dell’ordine durante la protesta con circa un miglialio di persone di persone per l’omicidio di Henry Nowak. Azioni condannate poi dalla famiglia della vittima. 

Alla manifestazione erano presenti diversi influencer e attivisti di estrema destra. Tra questi c’era Tommy Robinson (il cui vero nome è Stephen Christopher Yaxley-Lennon), tra i più più noti estremisti di destra britannici: è stato il fondatore del gruppo islamofobo English Defence League ed è conosciuto per essere un propagatore di notizie false e razziste. Rivolgendosi alla folla presente sul posto, Robinson ha attaccato la polizia sostenendo che Henry Nowak fosse stato ammanettato perché bianco e che quindi si era trattato di un caso di razzismo da parte delle forze dell’ordine. Dopo il suo intervento, i manifestanti hanno cercato di  avvicinarsi all’abitazione della famiglia Digwa e tentato di sfondare il cordone di polizia, lanciando pietre, fumogeni, bottiglie, lattine di birra e bidoni della spazzatura contro gli agenti. Alla fine della giornata di proteste, la polizia ha comunicato che erano stati feriti 11 agenti e un cane poliziotto e cinque persone coinvolte negli scontri sono state arrestate

Il giorno successivo le violente proteste a Southampton, nel corso di un accesso dibattito alla Camera dei Deputati britannica, il leader del partito di estrema destra Reform UK Nigel Farage ha dichiarato che «è ormai chiaro a milioni di persone in questo Paese che viviamo sotto un sistema di “polizia a due livelli”», in cui i cittadini bianchi sarebbero trattati più duramente rispetto alle minoranze etniche a causa del colore della loro pelle e delle loro opinioni politiche. 

Farage ha anche aggiunto che «le istruzioni impartite ai poliziotti dai loro superiori sono chiare e scritte nero su bianco. Dicono che bisogna trattare i diversi gruppi etnici in modo diverso». In questo caso il leader di Reform UK si rifersice alle linee guida del “Police Anti-Racism Commitment” (in italiano, “Impegno della polizia contro il razzismo”), un documento pubblicato lo scorso anno dal Consiglio nazionale dei capi di polizia (NPCC) e finito al centro del dibattito pubblico sull’omicidio di Henry Nowak perché secondo diversi commentatori di destra avrebbe condizionato la polizia a schierarsi a prescindere contro le persone bianche (e quindi contro Henry Nowak).

Queste tesi propagandistiche (infondate, come vedremo) non hanno alimentato solo il dibattito pubblico britannico, ma sono state rilanciate anche da un rete di influencer e partiti di destra ed estrema in svariati Paesi europei e negli Stati Uniti. 

Il vice presidente statunitense, JD Vance, rilanciando su X il video dell’arresto di Henry Nowak condiviso da Visegrád 24 – account polacco di estrema destra noto per diffondere disinformazione su svariati temi e contenuti xenofobiha scritto che il giovane «è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui, e accusato di crimini d’odio che non ha commesso». Vance ha inoltre aggiunto che il diciottenne sarebbe ancora in vita «se le ultime generazioni di élite europee si fossero opposte alla politica dell’odio verso sé stessi e all’invasione di massa di migranti, molti dei quali disprezzano l’Occidente e le persone che lo amano». Il dipartimento di Stato USA, commentando il caso, ha inoltre dichiarato che «il condizionamento ideologico e la doppia morale delle forze dell’ordine sono sintomi lampanti del declino della civiltà. Devono essere respinti in tutto l’Occidente».

Questi commenti hanno raggiunto milioni di visualizzazioni sui social media. Un ruolo centrale nella viralità di questo tipo di narrazioni è stato giocato da Elon Musk, ormai da tempo divenuto megafono dell’estrema destra globale e che già in occasioni precedenti è intervenuto duramente nei dibattiti pubblici di diversi Paesi del vecchio continente (compreso il Regno Unito) su fatti di cronaca con protagonisti persone migranti. L’amministratore delegato di SpaceX e proprietario della piattaforma X, sul suo profilo seguito da 240 milioni di follower ha pubblicato infatti decine di post sul caso, arrivando addirittura a offrirsi di finanziare un’azione penale contro gli agenti coinvolti, ha scritto su Wired David Gilbert, giornalista esperto di disinformazione ed estremismo online. In uno di questi post Musk ha ripetuto la narrazione che nel Regno Unito «la politica ufficiale della polizia impone agli agenti di essere razzisti contro i bianchi». Il governo britannico ha respinto le ricostruzioni dell’amministrazione Trump e il primo ministro Keir Starmer ha accusato Musk di «interferire nella nostra politica» e di tentare di creare divisioni. Il capo della polizia della contea di Hampshire Alexis Boon ha negato l’esistenza di un sistema a due livelli da parte delle forze dell’ordine contro le persone bianche. 

Queste tesi propagandistiche alimentate da politici e personalità ultraconservatrici in più continenti sull’omicidio di Henry Nowak risultano però essere prive di riscontri fattuali. 

Secondo i dati disponibili, in Inghilterra e in Galles l’uso della forza da parte della polizia, che include manette, manganelli e taser, è tre volte più frequente nei confronti delle persone appartenenti a minoranze etniche rispetto alle persone bianche, riporta il Guardian. Per quanto riguarda poi più specificatamente la contea di Hampshire, gli ultimi dati ufficiali mostrano che le forze dell’ordine hanno una probabilità cinque volte maggiore di sottoporre le persone nere a fermi e perquisizioni rispetto a quelle bianche. Sentito sulla questione,  Stephen Parkinson,  direttore del Crown Prosecution Service (CPS), un’istituzione pubblica che persegue i casi penali in Inghilterra e in Galles, ha spiegato che recentemente è stata pubblicata una ricerca dell’Università di Leeds che esamina le decisioni della procura, aggiornata alla fine dello scorso anno, che «dimostra in modo inequivocabile […] che c’è una maggiore probabilità di essere perseguitati se si appartiene a un gruppo etnico diverso da quello dei britannici bianchi».

Il falso mito della “polizia a due livelli” (two-tier policing) è nato in ambienti di estrema destra britannici svariati anni fa. Nel febbraio 2012 Tommy Robinson sostenne ad esempio l’esistenza di «un sistema (giudiziario, ndr) a due livelli in cui i musulmani sono trattati più favorevolmente dei non musulmani». Questa tesi è poi entrata con forza nel dibattito pubblico britannico (e non solo) online e offline a partire dal 2024, con le proteste e violenze anti-immigrati, animate dall’estrema destra e alimentate dalla disinformazione xenofoba, scoppiate in diverse parti del Regno Unito in seguito all’accoltellamento mortale di tre bambine avvenuto a Southport a fine luglio per mano di un 17enne nato a Cardiff (nel Galles) da genitori ruandesi. 

In quell’occasione, come avevamo ricostruito in un precedente approfondimento, una grande ramificazione internazionale di estrema destra aveva alimentato sui social media accuse infondate secondo cui le persone bianche coinvolte nelle rivolte di Southport sarebbero state trattate più duramente dalle forze dell’ordine a causa del loro colore della pelle e delle loro convinzioni politiche. E per sostenere questa tesi erano state diffuse tutta una serie di notizie false e fuorvianti. 

Anche le accuse contro il documento intitolato “Police Anti-Racism Commitment” alla prova dei fatti sembrano infondate. La parte del documento incriminata recita: «Garantire l’equità dei risultati dell’attività di polizia per le persone appartenenti a diversi gruppi etnici, rispondendo alle esigenze degli individui e delle comunità in base alle loro specifiche necessità, circostanze ed esperienze, con la consapevolezza che queste saranno influenzate da fattori razziali e con l’obiettivo di ridurre i danni. Ciò non significa trattare tutti “allo stesso modo” o essere “cieco al colore della pelle” (uguaglianza razziale)». 

Quest’ultima frase, secondo i critici, sarebbe la prova scritta nero su bianco che la polizia agirebbe a prescindere contro le persone bianche nei casi in cui possa sorgere il dubbio dell’esistenza di questioni razziali. Secondo tuttavia una persona a conoscenza del pensiero della polizia in merito, sentita dal Guardian, il significato di quel passaggio è che gli agenti dovrebbero tenere conto del contesto e dell’esperienza storica dei diversi gruppi con le forze dell’ordine. Ad esempio «una persona di religione ebraica potrebbe aver bisogno di essere rassicurata sul fatto che la polizia prenda sul serio una denuncia di danneggiamento e che l’odio venga considerato come possibile movente, ad esempio. Una persona nera, in particolare, potrebbe aver bisogno di essere rassicurata sul fatto che un fermo e una perquisizione siano motivati ​​da ragioni legittime e non da pregiudizi razziali», continua il quotidiano britannico.

Sulla questione il ministero dell’Interno britannico ha dichiarato che il linguaggio utilizzato in quella parte era comunque «goffo» e comunicato che il Consiglio nazionale dei capi di polizia stava rivedendo la formulazione per garantire una formulazione che non desse spazio ad altre interpretazioni. Alcuni agenti di polizia hanno poi dichiarato a media sotto anonimato di sentirsi sotto pressione per affrontare i pregiudizi razziali quando nel lavoro di tutti i giorni si presentano casi con persone di minoranze etniche. Uno di essi ha dichiarato ad esempio alla BBC: «Abbiamo un lavoro così difficile e siamo sempre sotto esame. Ma dobbiamo farlo bene. Vorrei solo che la gente capisse la pressione a cui siamo sottoposti a causa delle accuse di razzismo mosse da coloro che hanno [scritto rapporti critici]». Un fatto che, spiega l’emittente pubblica britannica non dovrebbe sorprendere visto la storia di razzismo all’interno delle forze di polizia documentata negli anni da diverse inchieste indipendenti.

La ministra della polizia, Sarah Jones, ha comunque precisato che il testo al centro delle polemiche «è una sorta di documento sui valori, è piuttosto breve e non credo che costituisca la base di alcun addestramento o attività di polizia». Un’analisi confermata anche dal National Police Chiefs’ Council (NPCC), l’ente che riunisce i vertici delle forze di polizia del Regno Unito, secondo cui il documento non costituiva una politica ufficiale né un programma di formazione per gli ufficiali.

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