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Cosa resta dell’Eurovision, tra diplomazia pop e l’illusione di un intrattenimento innocuo

L’edizione di Vienna 2026 si è aperta tra le tensioni sulla controversa partecipazione di Israele, ma da anni il palcoscenico musicale viene sfruttato dai Paesi per interessi internazionali

26 maggio 2026
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Quando nacque nel 1956, l’Eurovision Song Contest – il concorso canoro europeo ispirato al Festival di Sanremo – aveva l’ambizione di testare le possibilità della nascente trasmissione televisiva in diretta tra più Paesi e costruire un appuntamento culturale capace di unire un continente. Settant’anni dopo, l’edizione di Vienna 2026 si è aperta in un clima irriconoscibile rispetto a quello spirito originario. Le principali tensioni che hanno segnato il contest ruotano infatti attorno alla controversa partecipazione di Israele: dalla diserzione di cinque emittenti alle proteste fuori dall’arena, fino a una pesante inchiesta del New York Times sulle presunte influenze del governo israeliano sul televoto negli ultimi due anni. 

Eppure l’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU), entità organizzatrice del contest, ha confermato la partecipazione di Israele all’ultima edizione e ha continuato a parlare di un “evento di intrattenimento apolitico”. Il concorso, che col tempo è diventato la più grande vetrina televisiva non sportiva del mondo, è stato da sempre uno strumento di soft power.

Il caso di Israele tra influenza e interferenza 

A riaccendere la discussione sulla partecipazione di Israele è stata un’inchiesta del New York Times secondo cui il governo israeliano avrebbe intensificato gli investimenti sull’Eurovision dopo il 7 ottobre 2023 e le critiche internazionali per la guerra a Gaza. Oltre un milione di dollari del fondo dedicato alla diplomazia culturale pubblica israeliana  sarebbe stato destinato a campagne pubblicitarie multilingue sui social, che invitavano esplicitamente gli utenti europei a sfruttare il limite di venti voti per spettatore a favore degli artisti israeliani Eden Golan nel 2024 e Yuval Raphael nel 2025. Tel Aviv respinge però le accuse di manipolazione, sostenendo che si tratti di normale promozione mediatica.

Già per la finale di Malmö del 2024 Israele avrebbe speso oltre 800 mila dollari in advertising mirato. Parallelamente, le ambasciate israeliane avrebbero esercitato pressione su emittenti europee e sull’EBU. In questo modo Israele sarebbe arrivato secondo nel televoto 2024 e primo nel 2025, con risultati particolarmente alti anche in Paesi come Spagna, Irlanda e Belgio che avevano chiesto la sua esclusione. Nonostante ciò, le richieste di verifica indipendente del televoto e di accesso ai dati grezzi, avanzate da emittenti quali RTVE (Spagna) e VRT (Belgio), non sono mai state pienamente concesse.

Precedenti rilevanti dall’Azerbaijan all’Ucraina

La song contest diplomacy non è un’invenzione recente, né una specialità di un singolo Stato. Quando  l’Azerbaigian – vincitore dell’edizione precedente – ha ospitato l’Eurovision nel 2012 a Baku, il regime di Ilham Aliyev ha investito almeno 67 milioni di dollari per ospitare l’evento e presentarsi come “Paese moderno a suo agio con l’Occidente”; più del doppio rispetto alla norma. L’ONG Human Rights Watch aveva documentato sgomberi forzati nel quartiere dell’arena, mentre gli attivisti della campagna Sing for Democracy erano stati arrestati o incriminati poco dopo il contest.

Altre volte è invece successo che uno Stato sotto pressione usasse quel palco per riaffermarsi politicamente. Nel 2016 l’Ucraina ha vinto con “1944” della cantante Jamala, brano sulla deportazione staliniana dei tatari di Crimea – primo testo Eurovision in lingua tatara – eseguito due anni dopo l’annessione russa della penisola. 

Diversi parlamentari russi avevano chiesto di escludere la canzone perché ritenuta politica, ma l’EBU aveva rifiutato riconoscendo di fatto che la memoria storica non equivale alla propaganda. La vittoria ucraina dei Kalush Orchestra nel 2022, in piena invasione russa su larga scala, ha ulteriormente confermato questo schema. Baku, Kyiv e Tel Aviv hanno dunque usato lo stesso palcoscenico per obiettivi molto diversi – legittimare un regime, denunciare un’aggressione, contrastare l’isolamento internazionale. Ciò che accomuna questi casi è il tentativo di ottenere dal pubblico europeo un riconoscimento politico e simbolico che altrove fatica ad arrivare.

L’architettura parallela della Russia 

Sul versante opposto, e con strategie per certi versi speculari a quelle israeliane, c’è la Russia. Estromessa dall’Eurovision nel 2022 in seguito all’invasione su larga scala dell’Ucraina, Mosca descrive da anni il concorso come prova del “decadimento morale” occidentale. Fin dalla vittoria della drag queen e cantante austriaca Conchita Wurst nel 2014, l’Eurovision è diventato così uno dei terreni privilegiati di una più ampia guerra culturale e informativa condotta dal Cremlino contro la cosiddetta “Gayropa”: un’Europa descritta come ostaggio delle “lobby LGBTQIA+”, contrapposta a una Russia custode dei valori tradizionali. 

La risposta operativa è arrivata con Intervision, festival sovietico dormiente dal 1980 e riattivato nel 2025. La riedizione ha visto la partecipazione di ventitré Paesi, la vittoria del cantante vietnamita Duc Phuc e prevede una prossima tappa in Arabia Saudita. Il progetto si inserisce in un’architettura più ampia di istituzioni parallele – dai BRICS allargati ai Giochi dell’Amicizia fino al Festival Mondiale della Gioventù – pensata per trasformare l’esclusione dai circuiti occidentali in una postura alternativa di leadership del Sud globale. L’obiettivo è anche di restituire un’immagine internazionale di apertura e tolleranza che le sanzioni e la guerra in Ucraina hanno fortemente compromesso.

Il nodo della “neutralità” impossibile 

Il problema di fondo riguarda però l’EBU stessa, un consorzio di emittenti pubbliche finanziate dai rispettivi Stati che rivendica una posizione super partes, pur avendo membri che rispondono ai rispettivi governi. La sospensione immediata della partecipazione della Russia nel 2022 e la mancata esclusione di Israele nel 2024-2025 – nonostante un parere legale interno della stessa EBU la ritenesse praticabile – mostrano come la conclamata “neutralità politica” finisca in realtà per tradursi in decisioni prese caso per caso. 

A questo si somma un’opacità probatoria mai sciolta, dovuta alla mancata diffusione di dati grezzi del televoto e dei risultati completi dei processi di auditing, ovvero di verifica indipendente. C’è poi una variabile spesso sottovalutata: il televoto è attraversato da decenni da dinamiche diasporiche, ben documentate nel caso della Turchia o dei Paesi balcanici. In altre parole, le comunità immigrate tendono storicamente a votare in massa per il Paese d’origine o per Stati culturalmente vicini, creando blocchi di voto relativamente prevedibili. È un fenomeno noto da anni all’interno del contest e non implica necessariamente interferenze. Si tratta però di una componente strutturale del televoto che, nei dati aggregati resi pubblici dall’EBU, finisce per sovrapporsi a eventuali campagne coordinate promosse da governi o reti organizzate. Ed è proprio questa difficoltà nel distinguere il voto spontaneo delle diaspore da forme più artificiali di mobilitazione a rendere oggi il sistema del televoto potenzialmente manipolabile. 

L’illusione dell’intrattenimento

Nonostante la crescente politicizzazione, l’Eurovision continua a essere percepito soprattutto come intrattenimento. Questa ambiguità contribuisce ad abbassare la soglia di allerta del pubblico e rende l’evento più permeabile a campagne coordinate di interferenza e manipolazione

Eppure il concorso raggiunge oltre 160 milioni di spettatori e costruisce, per qualche ora, un immaginario condiviso su scala continentale, sempre più raro nel panorama mediatico frammentato di oggi. È proprio questa simultaneità a conferire al palco un peso politico, che però la sua estetica pop tende a nascondere. La domanda, allora, non è più se l’Eurovision sia uno strumento di soft power – lo è da decenni – ma quali Stati lo stiano piegando ai propri fini, con quali metodi e fino a che punto le regole del gioco riescano ancora a contenerne le derive. 

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