
La falsa storia della Danimarca che avrebbe usato solo energia rinnovabile per un intero mese
Gli articoli condivisi online confondono energia ed elettricità, non distinguono tra produzione e consumo, e non considerano il ruolo delle importazioni
Anche una buona notizia sul clima può diventare un problema, se per renderla più efficace la si racconta in modo non corretto. Quando un dato positivo viene semplificato fino a perdere accuratezza, rischia di indebolire proprio il messaggio che vorrebbe rafforzare.
È il caso della notizia circolata online ad aprile 2026 secondo cui la Danimarca sarebbe diventata il primo Paese al mondo a usare solo energie rinnovabili per un mese intero. L’informazione è stata diffusa in origine il 13 aprile 2026 dal MATR, sito statunitense specializzato in innovazione e sviluppo economico. Nell’articolo si raccontava che nel marzo 2025 il Paese avesse coperto per 31 giorni consecutivi il proprio fabbisogno energetico con fonti rinnovabili, soprattutto eolica e solare. La notizia è stata poi rilanciata in più lingue sui social media.
La storia tuttavia, come poi è emerso in seguito, non era stata presentata correttamente. MATR ha infatti successivamente aggiornato il proprio articolo. Nella versione aggiornata, si legge ora che l’informazione iniziale era sbagliata: non è corretto dire che la Danimarca per un mese intero abbia utilizzato solo elettricità rinnovabile. Il record riguardava in realtà un solo giorno (e non un mese): il 15 settembre 2019, quando la produzione eolica aveva superato la domanda elettrica nazionale.
La differenza tra energia ed elettricità
L’errore, però, non riguarda solo il merito della notizia, ma anche il linguaggio utilizzato per raccontarla. Negli articoli italiani che hanno ripreso la notizia, infatti, si parla di «energie rinnovabili» e di «fabbisogno energetico» della Danimarca, espressioni più ampie rispetto al solo settore elettrico. Per questo è importante distinguere tra “energia” ed “elettricità”, che non sono sinonimi.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), un’organizzazione intergovernativa autonoma che produce analisi, dati e raccomandazioni sulle politiche energetiche globali, il consumo finale di energia indica tutta l’energia usata concretamente da famiglie, imprese e industrie, e include non solo l’elettricità, ma anche riscaldamento, raffreddamento, trasporti e attività produttive. L’elettricità è quindi solo una parte del sistema energetico.
In altre parole, “usare solo energia rinnovabile” non equivale a “produrre molta elettricità da fonti rinnovabili”. La prima espressione riguarda l’intero fabbisogno energetico del Paese, la seconda solo una parte del sistema. Nel 2023, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) – un’agenzia dell’Unione europea che fornisce dati e informazioni indipendenti sull’ambiente – la quota di rinnovabili nel consumo finale lordo di energia della Danimarca era del 50 per cento. È una percentuale significativa, ma non conferma che il Paese abbia coperto tutto il proprio fabbisogno energetico con fonti rinnovabili.
La distinzione tra produzione e consumo
Anche limitando la verifica al settore elettrico, i dati disponibili non confermano la notizia nella forma in cui è stata diffusa. Nel rapporto 2025 di Energinet – il gestore danese della rete elettrica e del gas – si legge che in ogni mese del 2025 la produzione elettrica nazionale è rimasta inferiore al consumo. In particolare, il rapporto spiega che nel corso dell’anno sono state necessarie importazioni per coprire parte del fabbisogno, con deficit più marcati in aprile e agosto.
Questo non significa ridimensionare i progressi della Danimarca nella transizione energetica, che restano significativi. Nel 2025, sempre secondo Energinet, l’eolico è stata la principale fonte di produzione elettrica del Paese, con 19 TWh, pari al 60 per cento del totale. Il solare ha prodotto 4,4 TWh, pari al 14 per cento. La restante produzione elettrica proveniva, in misura minore, anche da fonti non rinnovabili, come il carbone (2 per cento) e i gas fossili (2 per cento).
Anche i dati europei confermano questo quadro. Eurostat ha indicato che nel primo trimestre del 2025 la Danimarca era il Paese Ue con la quota più alta di rinnovabili nella produzione elettrica netta, pari all’88,5 per cento. Nel 2024 la quota era stata dell’88,4 per cento. Il dato resta quindi molto significativo, ma non indica una copertura del 100 per cento. Eurostat precisa inoltre che produzione elettrica netta e consumo lordo di elettricità sono misure diverse e non direttamente sovrapponibili.
Le importazioni e gli scambi di rete
Come si legge dai dati ufficiali danesi, va considerato anche il ruolo degli scambi con l’estero. Il sistema elettrico danese è interconnesso con quello dei Paesi vicini e, come avviene nelle reti europee, importa ed esporta elettricità per bilanciare produzione e domanda. Energinet scrive che nel 2025 la Danimarca ha importato soprattutto dai Paesi nordici ed esportato verso l’Europa continentale, mentre nel 2024 il Danish Utility Regulator – l’autorità indipendente danese che regola e controlla i mercati di elettricità, gas naturale e teleriscaldamento – ha registrato importazioni nette pari a 3,7 TWh, soprattutto da Svezia e Norvegia. Anche per questo, un dato sulla produzione da fonti rinnovabili non può essere automaticamente trasformato in un dato sui consumi. Una parte dell’elettricità prodotta può essere esportata e una parte di quella consumata può essere importata: per capire se il fabbisogno è stato davvero coperto dalle rinnovabili bisogna quindi considerare anche gli scambi con l’estero.
In conclusione, non risulta corretto dire che la Danimarca abbia usato solo energia rinnovabile per un mese intero. La formulazione è fuorviante perché confonde energia ed elettricità, non distingue tra produzione e consumo, e non considera il ruolo delle importazioni e degli scambi di rete. I dati confermano che la Danimarca ha un ruolo avanzato nella produzione elettrica da fonti rinnovabili, ma non che abbia coperto tutto il proprio fabbisogno energetico con queste fonti per 31 giorni consecutivi.
Il caso mostra anche l’importanza del linguaggio nella comunicazione climatica: una notizia positiva, se raccontata con termini imprecisi o troppo assoluti, può diventare fuorviante. Verificare questi contenuti non significa ridimensionare i progressi della transizione energetica, ma raccontarli con maggiore accuratezza.
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