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Cosa succede quando un brano generato artificialmente entra nella rotazione radiofonica

L’industria musicale sta cercando di capire come convivere con l’intelligenza artificiale generativa, con un po’ di fatica

25 settembre 2026
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«Un’altra domenica che volge al termine. Un’altra domenica che si trascina. […] Volevo uscire, volevo muovermi, volevo creare, ma ecco che sono le 17 e non ho fatto nulla. Allora scrollo, scrollo, scrollo sullo schermo. E domenica prossima sarà esattamente uguale», recita in francese il brano “Dimanche Midi Pile” (in italiano, “Domenica a mezzogiorno in punto”) diffuso in radio durante l’estate e attribuito a “Gisèle”.

Si tratta di un pezzo pop cantato in francese, dal testo semplice, che racconta di una noia domenicale passata a non fare nulla. Il brano è uscito su licenza Warner Records il 2 luglio 2026 sulle piattaforme digitali e il 3 luglio in radio. In circa un mese, la canzone ha raggiunto in Italia 82 emittenti e oltre cinquemila passaggi radiofonici. Dopo il suo esordio, la canzone ha sollevato dubbi sul fatto che potesse essere stata generata o realizzata in larga parte con l’intelligenza artificiale.

Per questo, la Federazione industria musicale italiana (FIMI) – la principale organizzazione che rappresenta l’industria discografica in Italia – ha deciso di sospendere il brano “Dimanche midi pile” dalle classifiche e dalle certificazioni ufficiali dell’ecosistema Top Of The Music by FIMI/NIQ. La motivazione, ha detto FIMI a Facta, è che il brano non rispetta tutti i requisiti previsti dalla sua nuova policy sull’idoneità delle registrazioni sviluppate con l’IA nelle classifiche musicali ufficiali italiane, adottata il 30 luglio. La sospensione, precisa FIMI, «potrà essere soggetta a revisione qualora i titolari dei diritti riuscissero a fornirci le informazioni necessarie».

La policy di FIMI prevede infatti tre condizioni fondamentali: il servizio di IA usato deve essere autorizzato e lecito, il brano deve essere sostanzialmente realizzato da un essere umano e non devono esserci sospetti di manipolazione degli ascolti. A queste si aggiungono il rispetto del diritto d’autore, diritti connessi e diritti della personalità, il rispetto dei termini del servizio GenAI usato e la segnalazione adeguata dell’uso di IA ai consumatori sulle piattaforme.

A loro volta, anche RTL102.5, Radio Zeta e Radiofreccia il 12 agosto hanno annunciato la sospensione della programmazione di “Dimanche midi pile” nella rotazione musicale. Una scelta editoriale che non è stata presa da tutte le radio; infatti, ad oggi alcune stazioni stanno ancora trasmettendo la canzone. 

Il brano in questione pubblicato sulle piattaforme di streaming – Spotify, Apple Music e YouTube – riporta il nome di “Valerio Pastore” come compositore, paroliere, produttore, ingegnere di mastering e di missaggio, e alla programmazione. A “Gisèle” sono invece attribuite le parti vocali. 

Il canale YouTube di Warner Music Italy è l’unico che riporta l’etichetta che segnala contenuti alterati, completamente o parzialmente, o generati utilizzando strumenti IA. Nella didascalia del video è riportato esplicitamente che il video è stato «ideato e realizzato da Valerio Pastore con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale». Non risulta invece alcuna dichiarazione ufficiale sull’eventuale ruolo dell’IA in musica, testo e voce, né informazioni pubbliche su chi sia Gisèle, a cui non risultano attribuiti altri brani.

Casi analoghi a quello italiano si sono verificati in altri Paesi. In Australia, la vicenda ha interessato la cover di “Like a Prayer” di Madonna firmata dal DJ e produttore Josh Fawaz che in poco tempo è diventata la canzone più trasmessa dalle radio australiane, raggiungendo a luglio il quarto posto in due classifiche dell’Australian Recording Industry Association (ARIA) – l’ente che stila le classifiche musicali ufficiali del Paese. Solo dopo diverse polemiche riguardo il sospetto dell’uso di IA generativa nel brano sollevate da alcune figure del mondo musicale, Fawaz ha aggiunto i crediti dell’intelligenza artificiale su Spotify al suo brano.

L’ARIA, il 25 agosto, ha annunciato che le canzoni interamente generate dall’intelligenza artificiale non potranno più comparire nelle sue chart, né concorrere agli ARIA Music Awards, mentre quelle che utilizzano l’intelligenza artificiale generativa in un ruolo di supporto rimarranno idonee.

Anche in Algeria e Marocco l’emittente radiofonica francese Skyrock ha trasmesso un brano generato dall’intelligenza artificiale. Si tratta della canzone “Magique” dell’artista Willylancien, un rapper senza volto comparso sui social ad aprile. Laurent Bouneau, direttore dei programmi di Skyrock dal 1995, ha difeso la sua posizione in un’intervista al canale all news Franceinfo, rivendicando la scelta e sostenendo di non voler «andare contro il progresso». 

Esempi come questi sono sempre più comuni. Secondo quanto dichiarato della piattaforma di streaming francese Deezer a luglio 2026, i brani interamente generati dall’intelligenza artificiale hanno superato per la prima volta il 50 per cento delle nuove tracce caricate nei giorni di picco. Il massimo è stato raggiunto a giugno, con quasi 90 mila brani al giorno (dati che derivano dallo strumento di rilevamento della piattaforma stessa).

A rendere possibile questo fenomeno contribuisce la crescita sul mercato di strumenti di intelligenza artificiale generativa come Suno e Udio, che permettono di creare brani completi, con voce, testo e strumentazione, partendo da una semplice descrizione di testo. I costi sono contenuti e non è necessaria alcuna esperienza musicale per poter raggiungere un buon risultato. 

Normativa e conseguenze sul mercato musicale dei prodotti IA

L’intelligenza artificiale non è una novità nella produzione musicale. Strumenti di IA vengono usati da anni per pulire tracce vocali, velocizzare il missaggio o abbozzare melodie, tanto da essere ormai parte del flusso di lavoro quotidiano di molti studi di registrazione. Ciò che cambia radicalmente lo scenario, invece, è la comparsa di brani interamente generati e immessi sul mercato senza alcun disclaimer. È proprio questa opacità a rendere urgente la questione della trasparenza.

Un sondaggio commissionato da Deezer a Ipsos e pubblicato a novembre 2025 su 9 mila adulti in otto Paesi ha dimostrato come non sia facile per gli ascoltatori distinguere i brani creati con IA da uno umano. Il 97 per cento dei partecipanti, infatti, non è riuscito a riconoscere la musica interamente generata dall’IA in un test alla cieca con tre tracce, due create dall’IA e una umana. Più della metà (52 per cento) ha dichiarato di sentirsi a disagio per questo, e l’80 per cento ritiene che la musica totalmente IA debba essere etichettata in modo chiaro.

È in risposta a questa domanda di trasparenza che si muove il Regolamento UE 2024/1689, il cosiddetto AI Act dell’Unione europea, il primo grande quadro normativo al mondo pensato per governare in modo organico lo sviluppo e l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale tra i Paesi dell’Unione, applicabile anche al settore musicale. L’articolo 50, entrato in applicazione il 2 agosto 2026, stabilisce che i sistemi che generano contenuti audio, immagine, video o testo sintetici devono garantire che gli output siano marcati in un formato leggibile dalla macchina e rilevabili come generati artificialmente, attraverso soluzioni tecniche come metadati e watermarking. L’obiettivo dichiarato dalla Commissione europea, come indicato nei considerando del regolamento, è ridurre i rischi di inganno, disinformazione e manipolazione legati alle interazioni e ai contenuti generati dall’IA, aiutando le persone a prendere decisioni informate.

A livello nazionale, l’Italia ha scelto di intervenire direttamente sulla legge sul diritto d’autore attraverso la legge 23 settembre 2025, n. 132, la prima normativa organica italiana sull’intelligenza artificiale. Sostanzialmente modificando l’articolo 1 della legge 633/1941 e introducendo il principio secondo cui sono protette solo le opere dell’ingegno umano di carattere creativo, mentre le opere create con intelligenza artificiale sono tutelate solo se riflettono un apporto creativo umano riconoscibile. In pratica, un brano generato interamente da strumenti come Suno o Udio, senza alcun intervento umano successivo, resta fuori dal perimetro del diritto d’autore italiano. Per le opere prodotte parzialmente con IA invece la linea di confine sarà definita caso per caso dai tribunali, perché la legge non fissa una soglia percentuale di intervento umano necessaria.

Ma l’AI Act europeo non si limita a disciplinare l’etichettatura di ciò che viene generato. Interviene anche a monte, sui dati usati per addestrare i modelli, intrecciandosi con il diritto d’autore. Dal 2 agosto 2025 sono infatti applicabili gli obblighi per i fornitori di modelli di IA “per finalità generali”. La norma impone loro due cose: adottare una politica di rispetto del diritto d’autore dell’Unione, rispettando in particolare le riserve di diritti (il cosiddetto “opt-out”) che gli autori possono esprimere per impedire che le proprie opere vengano usate per l’addestramento; e pubblicare una sintesi sufficientemente dettagliata dei contenuti utilizzati per addestrare il modello, secondo un modello messo a punto dall’Ufficio europeo per l’IA il 24 luglio 2025. Quest’ultimo obbligo dovrebbe così permettere ai titolari dei diritti di verificare se le proprie opere sono finite in un dataset senza autorizzazione.

Proprio l’addestramento dei modelli infatti è diventato il terreno di scontro legale più acceso. Il 31 luglio 2026 il tribunale regionale di Monaco di Baviera ha condannato Suno nella causa intentata dalla collecting tedesca GEMA. Secondo i giudici, l’azienda ha addestrato i propri modelli utilizzando senza licenza brani protetti riproducendone melodia, armonia e ritmo negli output generati per gli utenti. Suno dovrà rendere note le informazioni sui ricavi ottenuti, ai fini della quantificazione del risarcimento, e la sentenza, appellabile, è considerata dall’IFPI (la federazione mondiale delle major discografiche) un precedente che rafforza il principio secondo cui l’uso della musica per addestrare prodotti di IA commerciale richiede l’autorizzazione dei titolari dei diritti. 

Nel giugno 2024 anche Universal, Sony e Warner avevano fatto causa insieme a Suno e Udio per violazione di massa del copyright. Da allora le strade si sono divise: Universal e Warner hanno raggiunto un accordo di licenza con Udio a fine 2025, e poche settimane dopo Warner è diventata la prima (e finora unica) major a chiudere un’intesa anche con Suno, mentre Sony non ha ancora accettato di trattare con nessuna delle due piattaforme. 

Proprio l’accordo con Warner, insieme a partnership analoghe siglate da Suno con altre due importanti aziende dell’industria discografica, BMG e Believe, ha permesso all’azienda di lanciare a settembre 2026 “v6”, un nuovo modello presentato come addestrato solo su musica concessa in licenza. Ma il 18 settembre 2026 Universal e Sony hanno fatto causa a Suno per la seconda volta, davanti al tribunale federale di Boston. Secondo le due major, il nuovo modello è stato addestrato anche sugli output e sulle “interazioni” degli utenti con le versioni precedenti di Suno, quelle già accusate di aver copiato illecitamente le loro registrazioni. La nuova causa aggiunge oltre 60 mila brani alla contestazione.

Le stesse etichette che fanno causa a Suno e Udio non escludono però la strada della collaborazione preventiva. Il 16 ottobre 2025, Spotify ha annunciato una collaborazione con Sony, Universal, Warner, Merlin e Believe per sviluppare prodotti di intelligenza artificiale generativa basati su licenze concordate in anticipo con i titolari dei diritti, secondo quattro principi dichiarati dall’azienda: accordi preventivi con etichette e editori, libertà per gli artisti di scegliere se partecipare, compensi equi e nuove fonti di reddito, e strumenti pensati per rafforzare il legame tra artista e pubblico. 

Streaming farm e ascolti fasulli

L’ultimo tassello riguarda gli ascolti stessi, e per capirlo bisogna prima capire come vengono pagate le royalties (ovvero i compensi economici) in streaming. Le piattaforme non versano ai titolari dei diritti economici delle opere una cifra fissa per ogni ascolto, ma raccolgono gli incassi di abbonamenti e pubblicità in un fondo comune (detto “pool”), che viene poi redistribuito tra artisti e autori in proporzione alla quota di ascolti totali generata da ciascuno. 

È esattamente questo il meccanismo dietro il primo caso penale statunitense per frode da streaming assistita dall’IA. Il 19 marzo 2026 Michael Smith, 54 anni, della Carolina del Nord, si è dichiarato colpevole davanti al tribunale federale di Manhattan per cospirazione a commettere frode telematica. Tra il 2017 e il 2024, aveva creato centinaia di migliaia di brani con l’intelligenza artificiale e li aveva fatti riprodurre miliardi di volte da reti di account-bot su Spotify, Apple Music, Amazon Music e YouTube Music, arrivando a generare fino a 661 mila stream fasulli al giorno. La frode, scoperta dalla Mechanical Licensing Collective statunitense, gli aveva fruttato oltre 8 milioni di dollari, che Smith ha accettato di restituire; rischia fino a cinque anni di carcere. 

Già a fine 2024, in Brasile le autorità avevano smantellato reti simili a quella di Smith tramite l’operazione “Out of Tune”, in cui un uomo è stato arrestato per aver caricato oltre 400 brani falsi su Spotify e generato più di 28 milioni di ascolti artificiali da cui aveva guadagnato più di 65 mila dollari.

Casi per ora isolati ma che non costituiscono un’eccezione. Deezer ha stimato che, nel 2025, fino all’85 per cento degli ascolti dei brani interamente generati dall’IA sulla propria piattaforma fosse fraudolento, con un peso tra l’1 e il 3 per cento degli ascolti totali. 

A conclusioni simili era già arrivato il Centre national de la musique, l’ente francese di sostegno alla filiera musicale, che nel 2023 pubblicò, su incarico del ministero della Cultura, un’analisi sui dati del 2021 relativi ai 10mila brani più ascoltati di Deezer, Qobuz, Spotify e di un panel di distributori. All’epoca emerse che gli stream rilevati come fraudolenti in Francia erano tra l’1 e il 3 per cento, cioè tra uno e tre miliardi. 

Per rispondere al fenomeno, il 15 settembre 2026 l’IFPI, organizzazione che rappresenta gli interessi dell’industria discografica a livello mondiale, ha annunciato la “Streaming Integrity Initiative”. Si tratta di un insieme di cinque impegni condivisi da oltre venti tra etichette e distributori – tra cui Sony, Universal, Warner, Virgin Music e The Orchard, con FIMI tra le organizzazioni aderenti – che riguardano la verifica dell’identità di chi carica i contenuti e della titolarità dei diritti, il controllo dei brani per rischi legati a frodi e violazioni, e la condivisione di informazioni sui soggetti recidivi.

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