
L’intelligenza artificiale potrebbe non essere il futuro dell’intrattenimento, dopotutto
Il tentativo di Disney di investire nel settore si è rivelato un fiasco, mentre si moltiplicano le voci critiche di chi vuole l’IA fuori dal cinema
All’inizio di dicembre 2025, la Walt Disney Company e OpenAI hanno stretto un accordo da un miliardo di dollari che per molti ha segnato un punto di svolta, quello in cui l’intrattenimento entra davvero nell’era degli algoritmi, e i personaggi più iconici dei cartoni animati del XX e XXI secolo diventano materiale da dare in pasto all’intelligenza artificiale.
Pochi mesi dopo, però, il sogno di generare video con i personaggi Disney è svanito. OpenAI, infatti, ha deciso di chiudere ufficialmente il progetto Sora, nonostante continuerà a utilizzare dietro le quinte le tecnologie di generazione video come strumento per insegnare competenze ai robot e addestrarli a svolgere compiti specifici.
Di fatto, il primo grande tentativo della Disney di aprirsi all’IA si è rivelato un fiasco, ma questo racconta di più su come l’intelligenza artificiale probabilmente non sarà la rivoluzione del cinema.
L’accordo tra la Walt Disney Company e OpenAI
Nell’accordo comunicato all’inizio di dicembre dell’anno scorso, la Walt Disney Company spiegava che avrebbe portato su Disney+, il suo servizio di streaming on-demand, contenuti generati dagli utenti tramite intelligenza artificiale. Il contratto triennale con OpenAI avrebbe infatti permesso di usare Sora, il generatore di video basato sull’IA dell’azienda, per creare brevi filmati con oltre duecento personaggi animati e creature di Disney, Marvel, Pixar e Star Wars, inclusi costumi, oggetti di scena, veicoli e ambienti iconici.
L’accordo era stato sostenuto con toni molto ottimisti da Bob Iger, l’allora amministratore delegato della Walt Disney Company, e Sam Altman, CEO di OpenAI. Secondo loro, infatti, questa collaborazione avrebbe potuto aprire una nuova fase per il cinema e la narrazione, e avrebbe dato l’opportunità ai consumatori di essere più coinvolti con i personaggi, assicurando di agire nel rispetto e nella piena tutela dei creatori e delle loro opere.
Nell’ambito dell’accordo triennale stipulato tra le due aziende, l’idea di Bob Iger era quella di trasformare Disney+ da mera piattaforma di streaming a ecosistema “partecipativo”, offrendo la possibilità agli utenti di creare i loro video con personaggi come Topolino, Cenerentola e Yoda.
L’accordo tra Disney e OpenAI ha aperto una strada completamente nuova, stabilendo per la prima volta regole chiare sul valore dell’utilizzo dei personaggi più famosi per creare video o immagini generate dall’intelligenza artificiale. Aveva le potenzialità per essere un cambiamento significativo, in un momento in cui cresce sempre di più l’attenzione e la preoccupazione per l’impatto dell’IA su Hollywood. Attori, animatori e sceneggiatori, infatti, hanno espresso timori sul rischio che serie tv e film generati dall’intelligenza artificiale possano sostituirli. Finora, però, questi scenari non si sono concretizzati e l’accordo tra la Walt Disney Company e OpenAI è del tutto collassato a causa della decisione di quest’ultima di dismettere l’app per creare video al centro dell’accordo.
Una task force dedicata all’intelligenza artificiale
Il rapporto della Walt Disney Company con l’IA non è nato solo pochi mesi fa. Nel 2023 la società aveva creato una task force dedicata allo studio dell’intelligenza artificiale e alle sue possibili applicazioni all’interno del gruppo, mentre a Hollywood sceneggiatori e attori cercavano già di limitarne l’utilizzo all’interno dell’industria. L’azienda aveva aperto in quel periodo ben undici posizioni lavorative per persone che avevano competenze nell’IA e nel machine learning. Le opportunità riguardavano quasi tutte le aree dell’azienda, dagli studi cinematografici ai parchi a tema, fino alla televisione e al settore pubblicitario.
Reuters aveva riportato che secondo una fonte interna della Disney, l’intelligenza artificiale sarebbe potuta diventare uno strumento per contenere i costi sempre più elevati delle produzioni cinematografiche e televisive, che per grandi titoli possono arrivare fino a 300 milioni di dollari, richiedendo incassi altrettanto elevati solo per rientrare delle spese. Nel settore dei parchi a tema, invece, l’IA avrebbe potuto migliorare l’assistenza ai visitatori e creare nuove forme di interazione, come nel caso di Project Kiwi, un’iniziativa di ricerca e sviluppo di Walt Disney Imagineering volta a creare robot autonomi in grado di interpretare personaggi Disney di piccole dimensioni nei parchi a tema. Così era stato realizzato Baby Groot, un piccolo robot autonomo ispirato al personaggio di Guardiani della Galassia, capace di muoversi e reagire grazie al machine learning.
Ad aiutare Disney a compiere il salto tecnologico e creare una task force proprio sull’IA contribuisce anche la sua storia. Il colosso dell’intrattenimento, fondato nel 1923 da Walt e Roy Disney, ha investito nell’innovazione fin dai primi anni. Già nel 1928, con “Steamboat Willie”, il celeberrimo corto che presentò Topolino al mondo, segnò una svolta introducendo per la prima volta un cartone animato con audio sincronizzato.
Da allora questo approccio non si è mai fermato e oggi la Walt Disney Company detiene migliaia di brevetti e continua a sviluppare tecnologie sempre più avanzate. Questa ricerca negli anni si è tradotta anche in collaborazioni con università e nello sviluppo di strumenti capaci di rendere sempre più realistiche le interazioni tra persone e personaggi virtuali.
Allo stesso tempo, però, l’intelligenza artificiale è diventata un tema molto controverso a Hollywood, dove attori e sceneggiatori la considerano una minaccia concreta per il lavoro, tanto da essere al centro delle trattative sindacali. Già nel 2023, infatti, queste categorie di lavoratori avevano protestato, rivendicando il diritto a non vedere il proprio lavoro utilizzato come base per l’intelligenza artificiale e rifiutando l’idea di dover correggere bozze approssimative generate con strumenti di questo tipo.
Proteste che si erano ripresentate dopo l’accordo tra la società e OpenAI nel dicembre 2025, a seguito del quale un sindacato che rappresenta i lavoratori delle industrie creative aveva segnalato una «reale preoccupazione» tra i propri membri. Duncan Crabtree-Ireland, direttore esecutivo del sindacato SAG-AFTRA, aveva spiegato a BBC News che le due aziende avevano contattato il sindacato – che rappresenta circa 170 mila professionisti dei media in tutto il mondo – per precisare che l’intesa escludeva l’uso dell’immagine, della somiglianza o della voce degli interpreti umani, ma aveva comunque definito la situazione motivo di allarme, sottolineando come molti non vogliano vedere la creatività umana ceduta ai modelli di intelligenza artificiale.
Sarà davvero l’IA a rivoluzionare il cinema?
Da quando ha istituito la task force, la Walt Disney Company ha mantenuto una comunicazione pubblica prudente, pur continuando a difendere in modo fermo e deciso i propri diritti d’autore. La Disney, insieme a Universal Pictures, ha ad esempio avviato un’azione legale contro il generatore di immagini con l’IA Midjourney, accusata di permettere la creazione di immagini che incorporano e riproducono in modo evidente personaggi di loro proprietà. Parallelamente, Disney ha contestato a Google una presunta violazione del copyright su larga scala, chiedendo di cessare l’utilizzo di opere protette, tra cui contenuti legati a “Il Re Leone” e “Guardiani della Galassia”, per l’addestramento e lo sviluppo di modelli e servizi di intelligenza artificiale generativa.
Alcune testate, come 404 Media, si sono chieste perché Disney avrebbe voluto integrare nel proprio servizio di streaming a pagamento, cioè Disney+, contenuti provenienti da una piattaforma nota per video virali in cui utenti trasformavano personaggi come Pikachu o SpongeBob in criminali. Non era chiaro come contenuti generati da utenti tramite IA potessero affiancarsi a produzioni ad alto budget come Toy Story 4 all’interno dello stesso catalogo, né perché una realtà tradizionalmente molto attenta alla tutela del proprio copyright avesse scelto di aprirsi a questa direzione. Secondo alcune interpretazioni critiche, si tratterebbe di una tendenza più ampia a contenere i costi del lavoro creativo puntando su contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
La fine di Sora offre l’occasione per osservare più da vicino anche gli altri tentativi di portare l’intelligenza artificiale dentro il cinema. Negli ultimi anni, progetti come lo studio cinematografico basato sull’intelligenza artificiale del gigante televisivo cinese TCL, il cosiddetto TCL Film Machine, erano stati presentati come possibili alternative più rapide ed economiche alla produzione tradizionale, ma con il tempo si sono ridimensionati. Cambi di gestione, scarsa visibilità dei contenuti e un interesse in calo hanno accompagnato iniziative che, almeno per ora, non hanno inciso davvero sull’industria cinematografica e non hanno portato a risultati soddisfacenti che potessero sostituire il lavoro umano. Come ha osservato Jason Koebler di 404 Media, il divario tra le aspettative iniziali e i risultati concreti resta evidente, mentre i contenuti generati dall’IA faticano ancora a imporsi come prodotto cinematografico compiuto.
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