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Le parole che usiamo per descrivere la guerra non sono mai neutre

Il racconto politico e mediatico dei conflitti costruisce urgenza e schieramento. Analizzarlo è il primo passo per non scambiare una scelta politica in un destino inevitabile

6 marzo 2026
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Sempre più spesso, nei conflitti contemporanei, le parole con cui governi e media descrivono gli eventi diventano una componente non marginale della guerra stessa. La scelta di chiamare un attacco “operazione speciale”, “difesa preventiva”, “raid chirurgico” può infatti cambiare il modo in cui viene percepito e giustificato dall’opinione pubblica.

In questi giorni, mentre gli attacchi congiunti condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran aprono un nuovo fronte di tensione internazionale, il conflitto si combatte anche sul terreno del linguaggio: nomi di operazioni militari, titoli di giornale, formule diplomatiche. Le parole utilizzate non descrivono soltanto il conflitto: contribuiscono a renderlo pensabile, accettabile e, a volte, inevitabile.

Nel racconto delle guerre, agiscono almeno due livelli di linguaggio. Da un lato c’è il linguaggio politico e istituzionale – quello usato da governi, eserciti e leader – che definisce le operazioni militari e ne costruisce la giustificazione. Dall’altro c’è il linguaggio dei media, che seleziona titoli, metafore e cornici interpretative con cui gli eventi arrivano al pubblico. I due livelli si influenzano a vicenda, ma non coincidono. Spesso i media riprendono le categorie utilizzate dalle istituzioni, ma in altri casi le reinterpretano o le mettono in discussione.

Il semiologo Federico Montanari, nel suo libro “Linguaggi della guerra”, descrive la guerra come un «fatto sociale totale»: un evento che investe non solo la dimensione militare, ma anche i linguaggi, le emozioni e le rappresentazioni collettive. Quando il linguaggio – sia istituzionale che mediatico – si militarizza, quindi, non cambia soltanto il modo in cui raccontiamo il conflitto. Cambia il modo in cui una società lo immagina e lo giustifica.

Osservare le parole con cui la guerra viene raccontata soprattutto sulle testate giornalistiche non è un mero esercizio stilistico. È un modo per capire come il racconto del conflitto viene costruito. 

Non è un’intuizione nuova. Già il filosofo cinese Confucio – vissuto fra il VI e V secolo a.C. – sosteneva che, se avesse avuto il potere, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata «rettificare i nomi delle cose». Perché quando i nomi vengono distorti, anche il modo in cui interpretiamo la realtà e prendiamo decisioni cambia. George Orwell lo avrebbe detto con altre parole: la lingua politica può rendere accettabile l’inaccettabile.

Oggi alcuni linguisti parlano di “weaponization of language”, indicando la trasformazione del linguaggio in un’arma politica. Nei conflitti contemporanei, osserva la linguista Elizabeth Coppock, la battaglia per imporre le parole con cui nominare gli eventi è parte integrante della guerra stessa.

Durante la guerra del Vietnam le operazioni militari statunitensi devastanti venivano descritte dal governo e dall’esercito statunitense come operazioni di “pacificazione”. Dopo l’11 settembre, negli Stati Uniti, l’espressione “enhanced interrogation techniques” (“tecniche di interrogatorio rafforzate”) venne usata dal governo americano per indicare pratiche che molti definivano semplicemente tortura.

La guerra produce quindi narrazioni, istituzionali e non, che orientano il modo in cui gli eventi vengono interpretati. Gli studi recenti sulla cultura della guerra mostrano che il conflitto non influenza soltanto la politica o la tecnologia, ma anche il modo in cui una società produce conoscenza e interpreta la realtà. Nel testo “War and Literary Studies, curato dal professore di cultura e linguaggio Anders Engberg-Pedersen e dal professore di letteratura inglese Neil Ramsey, la guerra viene descritta come una forza che attraversa linguaggi, discipline e forme di rappresentazione, contribuendo a modellare le categorie con cui comprendiamo il mondo. In questo senso la guerra non è soltanto un evento militare: è anche, per l’appunto, un sistema di narrazioni e immagini che orienta la percezione collettiva dei conflitti.

Analizzare le parole della guerra

Osservare il linguaggio con cui la guerra viene raccontata può dunque aiutare a capire come si costruiscono alcune narrazioni ricorrenti. Un primo elemento riguarda le presupposizioni, cioè ciò che una frase dà per già deciso. Espressioni come “attacco preventivo” implicano che una minaccia fosse imminente e inevitabile; formule come “risposta necessaria” suggeriscono che non esistessero alternative praticabili. In questi casi la scelta politica viene presentata come una conseguenza quasi obbligata.

Un secondo elemento riguarda l’uso di parole molto elastiche, che possono assumere significati diversi a seconda del contesto: termini come “difesa”, “sicurezza”, “deterrenza”, “terrorismo”, “escalation” o “proporzionalità”. Sono categorie che spesso funzionano come contenitori ampi e difficili da verificare. Per questo è utile chiedersi sempre che cosa significhino concretamente nel caso specifico: quali azioni descrivono, quali criteri implicano, quali dati le sostengono.

Ma nel discorso pubblico sulla guerra compaiono spesso alcune strategie argomentative ricorrenti. Una delle più comuni è il falso dilemma: l’idea che esistano solo due posizioni possibili, sostenere l’azione militare oppure “fare il gioco del nemico”. A queste si aggiungono gli eufemismi, espressioni come “danni collaterali”, “neutralizzare” o “operazione chirurgica”, che attenuano il linguaggio della violenza militare.

Quando incontriamo il linguaggio della guerra, alcune domande possono aiutare a mantenere uno sguardo critico:

  • “Preventivo”: quale prova dimostra che la minaccia sia davvero imminente?
  • “Terrorismo”: chi definisce il termine e con quali criteri politici?
  • “Operazione”: cosa cambia nella percezione pubblica se la chiamiamo guerra?
  • “Chirurgico”: quanti errori e quante vittime civili restano fuori da questa parola?
  • “Deterrenza”: quali evidenze storiche dimostrano che funzioni davvero?
  • “Escalation”: chi sta realmente aumentando il livello dello scontro?
  • “Linea rossa”: chi la stabilisce e con quale legittimità?
  • “Regime”: categoria analitica o insulto politico?
  • “Minaccia esistenziale”: per chi e in quale senso concreto?
  • “Tempi certi”: previsione verificabile o promessa politica?
Alcuni titoli di testate nazionali e internazionali

La guerra sui media 

Per capire come funziona questo meccanismo basta guardare le prime pagine dei giornali. Due giorni dopo l’inizio del conflitto in Iran, il 28 febbraio 2026, tre quotidiani italiani raccontano lo stesso scenario internazionale in modi molto diversi: Domani titola: “I signori della guerra”; il Giornale sceglie: “Un mese per battere il terrore” e il Fatto Quotidiano scrive: “Trump e Bibi non hanno avvertito Italia e UK dei raid”.

Il primo titolo suggerisce che il conflitto sia il prodotto della volontà di pochi leader, figure quasi archetipiche del potere. Il secondo introduce invece un obiettivo morale assoluto, sconfiggere il “terrore”, e una promessa temporale rassicurante: la guerra avrà una durata limitata. Il terzo sposta invece l’attenzione sulle dinamiche diplomatiche e sulle responsabilità politiche.

Continuando l’analisi delle testate giornalistiche, il 3 marzo il Corriere della Sera parla della “grande ondata”, utilizzando una metafora naturale che cresce e travolge. Il conflitto appare così come un processo in espansione, quasi inevitabile.

La Stampa, nello stesso giorno, insiste sull’idea di “escalation”, un termine proveniente dal linguaggio diplomatico e militare, che indica un aumento progressivo dell’intensità del conflitto. Nel discorso mediatico suggerisce quindi una dinamica di crescita della guerra che sembra procedere quasi da sola. Infine, il Messaggero utilizza formule come “sarà lunga”, introducendo una previsione sulla durata del conflitto. In questo modo la guerra viene presentata come un processo destinato a protrarsi nel tempo.

Il Manifesto apre, nella sua edizione del 5 marzo, con “La guerra grande”, una formula che suggerisce un salto di scala del conflitto e un aumento della portata. Il titolo non descrive un evento preciso ma introduce l’idea di una guerra che si allarga e coinvolge sempre più attori, evocando uno scenario internazionale più ampio.

Il Giornale utilizza invece un linguaggio apertamente valutativo con l’espressione “farsa antiamericana”, riferita alle polemiche politiche sulla gestione della crisi. Qui il titolo non si limita a riportare un fatto ma attribuisce un giudizio, trasformando la vicenda internazionale in un elemento dello scontro politico interno.

In tutti i casi il titolo non si limita a informare. Stabilisce il punto di vista da cui il lettore sarà invitato a interpretare la notizia.

Il titolo del Giornale “Un mese per battere il terrore” mostra un’altra strategia tipica del linguaggio di guerra: l’urgenza. La promessa di una durata limitata rassicura e allo stesso tempo introduce un obiettivo morale assoluto contro cui quasi tutto appare giustificabile. Comprime anche lo spazio del dibattito: se il tempo è poco, discutere diventa un ostacolo. In logica questo schema è noto come appello all’urgenza. L’urgenza può essere reale, certo. Ma spesso diventa un sostituto della prova.

Soggetti assenti e nomi evocativi

Un altro meccanismo ricorrente nella narrazione del conflitto riguarda l’uso del passivo: “È stato colpito”, “sono partiti i raid”, “si è deciso”. In queste frasi il soggetto dell’azione scompare. La guerra appare quasi come un evento naturale, qualcosa che accade da sé. 

Ma la guerra non è una tempesta o un terremoto. È una catena di decisioni politiche. Quando l’agente sparisce dalla frase, anche la responsabilità tende a dissolversi.

Anche i nomi delle operazioni militari fanno parte della costruzione narrativa del conflitto. L’attacco contro l’Iran del 28 febbraio è stato presentato con due denominazioni ufficiali: “Operation Epic Fury” per gli Stati Uniti e “Roaring Lionper Israele. Questi nomi non descrivono una strategia militare. Evocano immagini: epic richiama la grandezza storica, fury e roar evocano forze naturali e incontrollabili.

La guerra appare così non come una decisione politica, ma più come un evento inevitabile. Ovviamente, questa trasformazione linguistica non è neutrale: presentare una guerra come inevitabile è uno dei modi più efficaci per trasformare una scelta politica in una necessità.

Gaza e Palestina: la battaglia delle parole

Un terreno particolarmente evidente di questa competizione linguistica è il conflitto tra Israele e Hamas dopo l’attacco del gruppo estremista palestinese del 7 ottobre 2023. In questo caso il linguaggio politico e quello dei media hanno spesso utilizzato termini diversi per descrivere gli stessi eventi.

Diversi governi occidentali e le autorità israeliane hanno descritto le operazioni militari nella Striscia di Gaza come “autodifesa” o “operazioni antiterrorismo”, mentre molte organizzazioni internazionali, come Amnesty International e Human Rights Watch, parlano invece di “offensiva militare”, “bombardamenti” o “devastazione di Gaza”.

Anche la scelta di parole come “ostaggi”, “prigionieri”, “militanti”, “terroristi” o “combattenti” contribuisce a orientare l’interpretazione degli eventi. Come osservano diversi studi di analisi del discorso sui media internazionali, la terminologia utilizzata nelle notizie sul conflitto israelo-palestinese tende a riflettere specifiche cornici politiche e morali.

Un esempio evidente di questa battaglia linguistica riguarda l’uso del termine “genocidio” nel dibattito sulla guerra a Gaza. La parola è stata adottata da alcuni governi, attivisti e organizzazioni internazionali per descrivere le operazioni militari israeliane, mentre altri attori politici e diplomatici respingono questa definizione. La disputa sul termine non è solo retorica: nel dicembre 2023 il Sudafrica ha presentato un ricorso alla Corte internazionale di giustizia, sostenendo che le azioni di Israele a Gaza violino la Convenzione ONU sul genocidio. Il caso, esaminato dalla Corte nel 2024, mostra come la disputa sulle parole possa avere anche conseguenze politiche e giuridiche.

Queste differenze terminologiche non sono semplicemente questioni di stile. Il modo in cui un’azione militare viene nominata – autodifesa, attacco, rappresaglia, genocidio – contribuisce a orientare il giudizio pubblico sulla legittimità della guerra e sulla responsabilità degli attori coinvolti.

Ucraina: quando la guerra diventa “operazione”

Il caso più evidente di questa strategia linguistica è stato forse il conflitto in Ucraina.

Fin dall’inizio dell’invasione del 2022, il Cremlino ha evitato sistematicamente la parola “guerra”, definendo invece l’attacco una “operazione militare speciale”. Non si tratta di un dettaglio terminologico. Come osserva l’International Association for Political Science Students – un’organizzazione internazionale di studenti di scienze politiche – la ripetizione sistematica di termini accuratamente selezionati può modellare la percezione pubblica e creare un clima di conformità che scoraggia il pensiero critico. La scelta delle parole contribuisce a costruire una realtà narrativa in cui l’aggressione appare come un’azione limitata, necessaria o difensiva.

Se è un’operazione, sembra una procedura tecnica. Se è “speciale”, appare circoscritta.

Il linguaggio, in questo senso, non si limita a descrivere gli eventi: ne costruisce il contesto interpretativo. È proprio questa la “weaponization of language” poc’anzi citata, la trasformazione del linguaggio in un vero strumento di conflitto politico.

Analizzare il linguaggio della guerra non significa stabilire chi abbia ragione, ma capire come il racconto del conflitto viene costruito. Le parole non cambiano ciò che accade sul campo, ma possono cambiare profondamente il modo in cui lo interpretiamo.

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