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Quanti sono davvero i femminicidi in Italia?

La risposta non è univoca, a causa di diversi fattori, ed è stata strumentalizzata da gruppi ultraconservatori per alimentare la propria propaganda

5 novembre 2026
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Quanti sono i femminicidi in Italia? Da quando è stato introdotto il nuovo reato di femminicidio, nel dicembre 2025, la risposta è ancor meno univoca. Nei primi sei mesi del 2026, il ministero dell’Interno ha registrato 8 casi, mentre l’Osservatorio Non Una Di Meno (NUDM), movimento femminista e transfemminista italiano, ne ha conteggiati 39. Una discrepanza statistica che ha iniziato ben presto a girare sui social per negare o comunque minimizzare il fenomeno del femminicidio. Secondo la tesi di pagine e profili dichiaratamente antifemministi o ultraconservatori, infatti, sarebbero i movimenti che si battono per i diritti delle donne a gonfiare i dati a fini propagandistici, inventandosi un’emergenza che in realtà non esiste.

Chi ha ragione? Per capirlo occorre analizzare entrambi i dati, chiedendosi prima di tutto come vengono raccolti e classificati.

Perché i dati sono differenti

Nei primi sei mesi del 2026, il report su omicidi volontari e femminicidi del ministero dell’Interno registra 146 vittime di omicidio (di cui 34 di sesso femminile). Tra queste, 46 persone (27 le donne) sono state uccise in ambito familiare o affettivo, di cui 22 da partner o ex partner. Tra le persone uccise da partner o ex, le donne sono 19 su 22, cioè più dell’86 per cento.

A fronte di questi dati, lo stesso report segnala 8 casi di femminicidio, tutti relativi a donne uccise da partner o ex. Gli altri 19 casi di omicidio in ambito familiare o affettivo con vittime di sesso femminile – e in particolare i restanti 11 casi di donne uccise da partner o ex – sono conteggiati invece come omicidi volontari.

Come spiega lo stesso report, il numero degli omicidi volontari e dei femminicidi registrato dal ministero dell’Interno corrisponde a quello dei procedimenti penali avviati in base ai rispettivi articoli del codice penale. Si tratta quindi di dati operativi, che fotografano la situazione giudiziaria del delitto nel periodo preso in considerazione e sono quindi soggetti a possibili variazioni in base agli sviluppi delle indagini. Col proseguimento del percorso investigativo, quindi, il giudice per le indagini preliminari può sia confermare il reato di omicidio volontario sia modificarlo in femminicidio, o viceversa.

Diversi sono i numeri registrati dall’Osservatorio Non Una Di Meno, perché diversi sono i criteri di raccolta e classificazione. Il movimento femminista e transfemminista non ha come punto di riferimento la formulazione giuridica del reato, bensì la sua definizione sociologica, maturata in decenni di ricerca sociale: il femminicidio è un delitto di potere, strumento estremo di controllo di una donna da parte di un uomo, molto spesso all’apice di un’escalation di violenza all’interno di una relazione fondata sulla discriminazione, sul possesso e sul sopruso.

L’Osservatorio – il cui nome completo è Osservatorio Nazionale Femminicidi Lesbicidi Transcidi – monitora quindi le cronache online e cartacee di media nazionali e locali per intercettare tutti quegli omicidi che rispecchiano tali caratteristiche. Per questo, come si legge nel suo comunicato di lancio nel novembre del 2021, prende in considerazione anche gli omicidi di persone trans per motivi riconducibili a relazioni di potere maschilista e violenza di genere, così come i suicidi e in generale le morti causate da violenze pregresse. La statistica include infine anche eventuali casi in corso di accertamento.

A partire da questi criteri, tra i 39 casi intercettati nei primi sei mesi del 2026, Non Una Di Meno individua 35 femminicidi, 1 transcidio e 3 episodi in corso di accertamento. Prendendo in considerazione unicamente i femminicidi, si tratta di un solo caso in più rispetto alla cifra dichiarata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 17 settembre 2026, nel corso della sua visita alla Stanza Rosa dell’Ospedale Misericordia di Grosseto, prima struttura sanitaria a sperimentare nel 2009 il Codice Rosa per tutte le vittime di violenza. I 34 casi nominati da Mattarella potrebbero semplicemente conteggiare come singolo episodio il duplice femminicidio che NUDM riporta invece due volte, trattandosi di due vittime.

Per ogni delitto conteggiato, l’Osservatorio raccoglie e rende pubbliche quasi una quarantina di informazioni dettagliate, relative sia alla vittima che al presunto colpevole, con l’obiettivo esplicito di fornire maggiori strumenti di comprensione e quindi di contrasto del fenomeno.

L’importanza di saper intercettare le dinamiche delle violenza di genere

A questo punto, per capire la disparità tra i dati del ministero dell’Interno e di Non Una Di Meno, occorre prendere in considerazione anche un altro aspetto: la mancata conoscenza e quindi intercettazione delle dinamiche della violenza di genere in ambito giudiziario. Una lacuna attestata da anni di studi, ricerche e report.

Il Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria, presentato nel 2022 dalla Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, segnalava una sostanziale sottovalutazione del fenomeno causata anche da una carente formazione degli operatori coinvolti. Descrivendo un quadro complessivo di difficoltà e resistenze, pure di natura culturale, il report riconosce lo sforzo formativo e organizzativo compiuto da una parte minoritaria della magistratura ed evidenzia l’esistenza di esperienze virtuose all’interno di alcuni tribunali, ma sottolinea quanto questo non sia ancora sufficiente per intercettare e contrastare il fenomeno in modo capillare ed efficace. 

Una maggiore formazione dei giudici sarebbe fondamentale anche per ridurre il rischio di condizionamenti dovuti a pregiudizi personali. Come spiega la sociologa Barbara Poggio dell’Università di Trento, spesso le sentenze contengono stereotipi di genere, per cui vengono poi ribaltate dalla Corte di Cassazione o diventano motivo di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Proprio uno studio su 370 sentenze di omicidi volontari di donne andati a giudizio tra il 2010 e il 2016, realizzato dalla sociologa Alessandra Dino dell’Università di Palermo, ha confermato che il riconoscimento del movente di genere non può essere dato per scontato, perché inquirenti e giudici sono necessariamente influenzati anche dal sentire comune.

La conseguenza – come rileva anche uno studio di Teresa Bene, docente di diritto processuale penale all’Università di Napoli – è che ancora oggi il sistema giudiziario tende a minimizzare la violenza, deresponsabilizzare gli autori e colpevolizzare le vittime, ostacolando così il pieno riconoscimento del fenomeno. 

A prescindere dalla formazione e dai bias degli operatori coinvolti, comunque, rimane un fatto. Provare con certezza che una donna è stata uccisa come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, o come limitazione delle sue libertà individuali oppure ancora in relazione al rifiuto di una relazione affettiva – come vuole il nuovo reato di femminicidio – non è così scontato. Anche perché una delle caratteristiche della violenza di genere, come confermano ad esempio varie ricerche sugli accessi al pronto soccorso, è proprio il suo essere sommersa. Talmente taciuta dalle vittime stesse, che spesso si trovano in una sorta di paralisi traumatica e cognitiva causata dalla violenza cronica, da non essere raccontata nemmeno ai familiari e agli amici più stretti.

La mancanza di una banca dati pubblica

Per portare davvero alla luce un fenomeno tanto complesso, la legge 53 del 2022, approvata all’unanimità in Parlamento, ha istituito una banca dati pubblica in cui dovrebbero confluire numerose e dettagliate informazioni provenienti dai ministeri dell’Interno, della Giustizia e della Salute, oltre che dai servizi sociali. Grazie a statistiche complete e integrate, si assicurerebbe così un adeguato monitoraggio del fenomeno, fondamentale per la progettazione di politiche di prevenzione e contrasto adeguate.

Ma dal 2022 è tutto fermo perché mancano i decreti attuativi, tuttora richiesti a gran voce da una petizione promossa da varie realtà tra cui la rete D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, la più grande associazione nazionale italiana che riunisce i centri antiviolenza e le case rifugio gestiti da organizzazioni di donne. 

Nel frattempo, le statistiche continueranno a restituire dati diversi. Una discrepanza che diventa pericolosa, se viene strumentalizzata per restituire solo un piccolo pezzo della realtà.

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