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Il saggio estremista sulla remigrazione distribuito in allegato con La Verità

Presentato come un contributo utile al dibattito sull’immigrazione, il testo apre in realtà a un progetto giudicato dalla giustizia tedesca “incompatibile con la dignità umana”

31 marzo 2026
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Dal 25 marzo il quotidiano La Verità e il settimanale Panorama, entrambi diretti da Maurizio Belpietro, distribuiscono in edicola “Remigrazione. Una proposta”, il saggio-manifesto, scritto dell’estremista di destra austriaco Martin Sellner, per una nuova politica anti-immigrazione basata sull’«omogeneità etnicoculturale». Il libro esce nella stessa edizione curata da Passaggio al Bosco, la casa editrice del centro sociale neofascista fiorentino Casaggì che lo aveva per la prima volta portato in Italia nel settembre dello scorso anno.

In un editoriale a presentazione dell’iniziativa, Francesco Borgonovo, lui stesso autore della prefazione, definisce la remigrazione una proposta «radicale» ma non «estrema o spietata», lontana dall’essere «un piano razzista o fascistoide» a favore della pulizia etnica. «Non è detto che la si debba condividere in toto, e la si può ovviamente anche respingere. Ma la si deve considerare», chiosa Borgonovo.

In realtà, la remigrazione è già stata qualificata come un progetto «incostituzionale e incompatibile con la dignità umana» in una serie di sentenze della magistratura tedesca. Nelle motivazioni, successivamente confermate anche dalla Corte di Cassazione tedesca, si legge che lo scopo della remigrazione è degradare a cittadini di seconda classe le persone con background migratorio, discriminando sulla base della religione e dell’etnia e negando diritti democratici fondamentali, come la libertà di espressione, di religione e di riunione.

Nella concezione di Sellner, infatti, la remigrazione non si limiterebbe a colpire la popolazione immigrata, ma prenderebbe anche di mira i cittadini di origine straniera, sia i naturalizzati sia le seconde e terze generazioni. Nello specifico, il piano si articola in tre fasi. 

La prima prevede la chiusura delle frontiere, una stretta sul diritto d’asilo, l’espulsione degli irregolari, lo stop ai ricongiungimenti familiari e la creazione di un hub extraterritoriale per i respingimenti. La seconda include la revoca del permesso di soggiorno a chi commette reati o è considerato un peso economico, quote rigide sui nuovi ingressi, un welfare differenziato tra cittadini e stranieri e criteri molto più severi per l’ottenimento della cittadinanza. La terza fase, infine, mira a imporre una Leitkultur, una cultura dominante che renda lo spazio pubblico meno ospitale per le identità straniere, ad esempio incoraggiando il «rimpatrio volontario» dei «cittadini non assimilati», revocando loro la cittadinanza in caso di reati gravi e de-islamizzando la società. 

Il piano di Sellner sfocia, persino, in una diretta minaccia di esilio per gli oppositori politici, quando precisa, con una postilla inquietante, che al programma potranno aderire, trasferendosi «in uno dei Paesi partner», anche cittadini di cultura tedesca, qualora nutrano «sentimenti antinazionali».

Almeno a parole, Sellner garantisce che la remigrazione sarà in linea con le leggi vigenti e tutelerà i diritti dei cittadini. In quest’ottica si deve interpretare l’annuncio dello scorso 10 febbraio dell’imminente creazione di un “Istituto per la Remigrazione (IFR)”, un think tank che sembra porsi in continuità con un altro ente scientifico e istituzionale menzionato nel pamphlet. Si tratta dell’Osservatorio dell’assimilazione, che sarebbe incaricato di misurare il grado di «inforestierimento» (Überfremdung) della popolazione e l’effettiva assimilazione culturale, raccogliendo dati demografici, politici, sociali e personali – con un’analisi intrusiva dei social network – per stimare il numero dei destinatari della remigrazione. Calcoli che, tuttavia, Sellner ha già anticipato, quantificando in cinque o sei milioni i cittadini tedeschi “non assimilati” che verrebbero privati della cittadinanza e deportati all’estero, una cifra che corrisponde a circa la metà dei tedeschi discendenti da stranieri.

Dietro la facciata legalistica e pseudoscientifica della remigrazione si nasconde, dunque, un progetto di natura arbitraria ed eversiva, che ha cupi rimandi all’ideologia etnonazionalista (völkisch) del filosofo Carl Schmitt – esplicita fonte di ispirazione per Sellner – e alle leggi razziali di Norimberga del 1935, con cui gli ebrei furono spogliati della cittadinanza tedesca e ridotti a sudditi dello Stato.

D’altronde, le basi teoriche della remigrazione sono chiare. Da un lato poggiano sull’etnopluralismo, o etnodifferenzialismo, che propugna l’omogeneità etnica in ogni Paese, e dall’altro sulla paura della sostituzione etnica. Sellner è consapevole dei rischi nell’abbracciare apertamente una teoria del complotto che ha fornito la giustificazione ideologica per diversi attentati suprematisti bianchi in giro per il mondo – per uno scambio epistolare con il terrorista di Christchurch, in Nuova Zelanda, ha lui stesso subito il divieto di ingresso negli Stati Uniti. Fa, perciò, mostra di rigettare le istanze cospirazioniste della sostituzione etnica e la individua come mera conseguenza del «culto della colpa», una forma di espiazione per le colpe storiche del passato, come il colonialismo e il nazionalsocialismo.

Questa cautela performativa è diventata cifra stilistica dell’attivista austriaco, da adolescente membro di un gruppo neonazista e antisemita, e ha anche un nome: metapolitica, ovvero la normalizzazione di concetti (e volti) estremisti attraverso la conquista dell’egemonia culturale nel dibattito pubblico. La strategia ha dato i suoi frutti nel 2025, con l’organizzazione del Remigration summit a Gallarate, che ha permesso a Sellner di aggiungere la Lega ai partiti istituzionali con cui ha già instaurato un dialogo, fra tutti il Partito della Libertà in Austria e Alternativa per la Germania.

A questa rapida transizione nel mainstream – appena nel gennaio 2024 la notizia di un incontro segreto tra Sellner ed esponenti di Alternative für Deutschland (AfD) provocava manifestazioni oceaniche nelle città tedesche – ha in parte contribuito in Italia anche La Verità. Nel gennaio 2025 il quotidiano di Belpietro è stato il primo a salutare positivamente la remigrazione come nuova parola d’ordine e, nei mesi successivi, sul tema è tornato più volte. Su questo fronte sono state due le firme del giornale più attive, oltre al direttore: Mario Giordano, che da conduttore di Fuori dal Coro su Rete4 ha sdoganato la remigrazione in televisione, invitando addirittura in studio Andrea Ballarati, organizzatore del summit di Gallarate e luogotenente di Sellner in Italia; e Francesco Borgonovo, che si è speso, anche personalmente, per difendere la dignità del concetto, come a Piazzapulita.

Borgonovo, in particolare, ha in diverse occasioni, anche sulla web tv de La Verità, concesso una piattaforma a Sellner e Ballarati per divulgare il loro progetto. Pur ponendo alcune domande critiche, soprattutto sulla terza fase del piano, quella diretta ai “cittadini non assimilati”, Borgonovo ha assunto una posizione difensiva nei loro confronti, sostenendo che le accuse mosse a Martin Sellner siano «assurde, false e costruite appositamente per demonizzarlo» e che le loro idee meritino di essere discusse senza pregiudizi, soprattutto perché interpreterebbero un sentimento popolare diffuso. Peraltro, in queste interviste, Sellner ha parzialmente abbandonato la sua abituale prudenza comunicativa, indulgendo in narrazioni cospirative sull’immigrazione, descritta non come un fenomeno spontaneo, ma pilotato tanto dalle «élite di Bruxelles» quanto dalla sinistra per importare «nuovi elettori».

La distribuzione del saggio di Sellner è solo l’ultima iniziativa editoriale de La Verità a favore di pubblicazioni dell’estrema destra. Lo scorso agosto, al giornale era stato allegato Il campo dei santi di Jean Raspail, romanzo del 1973 anticipatore della teoria della sostituzione etnica che narrava lo sbarco sulle coste francesi di un milione di diseredati indiani. Allora fu lo stesso direttore Belpietro a introdurre l’opera nella nuova traduzione per il pubblico italiano. Per quanto vengano proposti dai giornalisti de La Verità come contributi essenziali per il dibattito, è difficile credere che questi testi aprano una discussione sincera sull’immigrazione più di quanto non ne spalanchino un’altra, ben più minacciosa, sui tratti che, in partenza, escluderebbero, a priori, dall’appartenenza ai popoli europei e occidentali.

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