
Dentro il business dei sondaggi “retribuiti” online, dove vane promesse di guadagno mettono a rischio la qualità della ricerca
Compensi irrisori e risposte generate con l’IA animano un’industria più opaca di quanto sembri
Rispondere a qualche domanda online e guadagnare qualche centinaio di euro al mese: è la promessa che circola online da anni, rilanciata da decine di siti e app che presentano i sondaggi retribuiti come un’entrata alla portata di tutti.
Ma dietro quella promessa si nasconde un’industria più fragile e opaca di quanto sembri: da un lato utenti che investono tempo per guadagni spesso minimi o mai accreditati, dall’altro un intero settore ー quello della ricerca di mercato e dei sondaggi d’opinione online ー che fatica sempre di più a distinguere le risposte vere da quelle false.
A complicare ulteriormente il quadro è la crescente diffusione di risposte generate con l’intelligenza artificiale. Sempre più utenti si affidano a chatbot capaci di simulare il comportamento di una persona reale e compilare interi questionari al posto loro, superando anche i controlli anti-frode. Il risultato? Risposte in grado di invalidare gli studi e di falsare la percezione pubblica.
Come funzionano le offerte di guadagno con i sondaggi
Digitando «questionari retribuiti online» o «guadagnare con i sondaggi» su un motore di ricerca compaiono numerosi siti che promettono guadagni per un’attività descritta come semplicissima. Una landing page raggiunta tramite un’inserzione a pagamento su Google indica un presunto pagamento medio di 20 euro a sondaggio e stima, sulla base di «5 sondaggi al giorno, 5 giorni a settimana», un guadagno di 600 euro al mese. Un altro sito che si presenta come una «guida ai finanziamenti europei» parla di presunti guadagni fino a 182 euro per un singolo test online e fino a 900 euro al mese.
Un terzo sito, gestito da un‘agenzia di web marketing con sede a San Marino, non quantifica il guadagno ma insiste sullo stesso registro dell’accessibilità universale, descrivendo i sondaggi retribuiti come un’attività «decisamente democratica, accessibile a tutti, a prescindere dall’età, dall’estrazione sociale e dalle capacità».
Nessuno di questi siti tuttavia fa compilare i sondaggi direttamente: sono infatti intermediari che rimandano ad altre piattaforme ー siti online o app da scaricare ー, e che in genere guadagnano una commissione per ogni iscrizione generata.
Tra le app che questi siti raccomandano, tre sono quelle più consigliate: Surveyeah, Toluna e Freecash. Si tratta di applicazioni gratuite, scaricabili da store digitali ufficiali come Google Play e Apple Store, e che promettono di remunerare l’utente se si eseguono determinate attività all’interno delle stesse.
Nello specifico, le aziende e le istituzioni che hanno bisogno di conoscere i gusti dei consumatori prima di lanciare un prodotto, o di capire come migliorarne uno già esistente, o raccogliere dati nuovi su servizi e andamenti d’opinione, pagano queste piattaforme per raccogliere dati da un campione mirato di persone.
I dati raccolti, poi, vengono aggregati e anonimizzati per restituire un quadro statistico utile a chi li ha commissionati: percentuali, tendenze, correlazioni tra fasce d’età o abitudini d’acquisto. Quello che conta è la somma delle migliaia di risposte raccolte dal campione che permettono di ottenere risultati rappresentativi di una popolazione più ampia.
Su Google Play, però, le descrizioni di queste app, diversamente dalle pagine che le promuovono, non riportano mai riferimenti precisi a quanto l’utente possa realisticamente guadagnare. Per scoprire il guadagno reale bisogna accedere alla singola app e, a volte, nemmeno questo basta: in alcuni casi l’idoneità a un’offerta si scopre solo dopo aver iniziato a completare il questionario, quando l’utente ha già investito il suo tempo. Il guadagno effettivo varia da app ad app e all’interno della stessa, in base alle azioni svolte. Non esiste quindi una cifra unica dichiarabile a priori.
A Facta abbiamo provato le tre app, e tutte, fin dalla fase di registrazione, richiedono la compilazione di dati personali come nome, cognome, data di nascita, sesso e luogo di residenza: dati che, secondo quanto dichiarato nelle rispettive privacy policy, servono a profilare l’utente e ad abbinarlo alle offerte di questionari più pertinenti.
Surveyeah e Toluna pagano la compilazione di sondaggi in punti: un sistema di credito virtuale che va accumulato fino a una soglia minima per essere convertito in buoni regalo, prodotti o denaro.
Su Surveyeah, l’app indica che l’accredito dei punti può richiedere fino a tre settimane. I sondaggi ruotano attorno a diversi temi, fra i più neutri figurano «hobby e interessi» e «computer e videogiochi»; tra i più potenzialmente delicati compaiono le categorie «sanità», «mamma e bambino» e «fumo e tabacco». Tra i premi offerti, riscattabili con circa 500 punti, figurano premi simbolici come la piantumazione di un albero e buoni da 10 euro spendibili su Amazon, Chicco, Decathlon, Eni, Esselunga e altri, riscattabili con un numero di punti che si aggira intorno ai 5.000 a seconda del valore del buono. Il rapporto tra tempo e ricompensa, però, non è lineare: un sondaggio da 7 minuti promette 35 punti, mentre uno significativamente più lungo della durata di 36 minuti ne offre appena 23.
Su Toluna il meccanismo è simile: i sondaggi promettono da «un minimo di 3.000 punti» fino a «un massimo di 12mila punti» a seconda della durata dichiarata. In un sondaggio da «12mila punti» con una durata dichiarata di 11 minuti, le prime domande riguardavano gli acquisti del nucleo familiare, il reddito e la presenza di figli minori in famiglia; sono seguiti due reindirizzamenti su altre pagine web verso domande di logica e poi su età, residenza, reddito e occupazione, per un totale di 40 punti guadagnati. Una decina di domande successive su prodotti di consumo hanno reso 15 punti netti ciascuna. Per riscattare i premi disponibili, è necessario collezionare dai 2.000 ai 320mila punti e comprendono buoni per videogiochi come Call of Duty: Black Ops 7 tra quelli più alti, e gesti simbolici ー il ripristino di una barriera corallina e la donazione di cinque minuti di attività sportiva finanziata ー tra quelli più accessibili.
Freecash, invece, funziona in modo diverso, e diversamente da quanto suggeriscono i siti che la consigliano, non si basa tanto sui sondaggi quanto sullo scaricare sul proprio cellulare alcuni giochi consigliati. La stessa piattaforma dichiara di dividersi tra le ricerche di mercato e sondaggi commissionati da aziende, e «aiuto ai giochi nuovi e quelli già live ad acquisire giocatori e a mantenere alto il coinvolgimento nel tempo». Nella pratica, tuttavia, le offerte visibili all’interno dell’app risultano legate al download e l’utilizzo di videogiochi.
Recensioni e conti che non tornano
Le recensioni pubbliche di queste app raccontano una presunta esperienza diversa da quella promessa nelle pagine iniziali: interruzioni improvvise, punti non accreditati, account sospesi o bloccati senza spiegazioni dettagliate.
Su Trustpilot, piattaforma che si occupa di recensioni di aziende, tra le centinaia di recensioni lasciate a Freecash, c’è chi racconta di essersi visto sospendere l’account proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto riscattare un premio superiore a 30 euro, senza ricevere altro che risposte automatiche dal servizio assistenza; c’è chi, dopo aver accumulato 200 dollari (circa 175 euro) in più giorni di attività, si è visto congelare il saldo con la sola motivazione «violazione dei Termini di servizio», senza che venisse fornita alcuna prova specifica.
Anche quando il meccanismo funziona senza intoppi, il potenziale di guadagno resta comunque limitato. Secondo Lacey Filipich, educatrice finanziaria intervistata dalla testa australiana ABC, il potenziale di guadagno realistico dei sondaggi retribuiti equivale a una cifra sotto il salario minimo, dato che dovrebbe far riflettere prima di investire tempo in questa attività invece che in competenze spendibili per un lavoro meglio retribuito o in un’altra attività secondaria più redditizia.
Il problema delle risposte fraudolente
Il meccanismo alla base di queste esclusioni ー ovvero l’interruzione della sessione durante la compilazione dei sondaggi ー ha spesso una spiegazione tecnica. Le piattaforme selezionano i sondaggi da mostrare a ciascun utente in base ai dati demografici e comportamentali raccolti in fase di iscrizione, ma questo non garantisce che l’utente risulti poi effettivamente idoneo: molti questionari includono domande di screening supplementari, verifiche incrociate e controlli pensati per intercettare risposte sospette o incoerenti.
L’anonimato dell’ambiente online, infatti, aumenta il rischio di risposte fraudolente fornite da bot o da coloro che completano i sondaggi in maniera non veritiera pur di ottenere l’incentivo economico previsto per la partecipazione.
Uno studio del 2022 pubblicato su Journal of Experimental Political Science ha mostrato come in un sondaggio online a pagamento rivolto a veterani ed ex militari statunitensi, oltre l’81 per cento dei partecipanti sembrasse aver falsificato la propria identità militare pur di accedere al questionario e ottenere il compenso.
Le risposte fraudolente, però, non si limitano a invalidare singoli studi, ma possono arrivare anche a falsare la percezione pubblica su temi di attualità.
Nel 2024 YouGov, uno dei principali istituti demoscopici britannici, aveva realizzato su commissione della Bible Society (un’organizzazione cristiana che promuove la lettura della Bibbia nel Regno Unito), un sondaggio online a partecipazione volontaria e in cambio di un pagamento per mappare il rapporto tra popolazione e fede. Gli utenti infatti si possono iscrivere al sito YouGov per partecipare a sondaggi e guadagnare dei premi in cambio. Sulla base di quei dati, nell’aprile 2025 la Bible Society aveva pubblicato un report ー intitolato The Quiet Revival ー secondo cui la frequentazione delle chiese in Inghilterra e Galles sarebbe aumentata dall’8 al 12 per cento tra il 2018 e il 2024, con una crescita ancora più marcata tra i giovani (dal 4 al 16 per cento tra i 18-24enni).
Nel marzo 2026 la società Bible Society però ha dovuto ritirare il report: alcuni ricercatori, tra cui quelli del Pew Research Center ー un istituto di ricerca apartitico statunitense ー, avevano infatti fatto notare che i risultati non erano coerenti con altre rilevazioni basate su campioni casuali di lungo periodo.
YouGov, dopo aver riesaminato i propri dati con nuovi strumenti e tecniche più avanzati ha ammesso che il campione conteneva un numero di rispondenti identificabili come fraudolenti, concentrati soprattutto nei gruppi demografici più difficili da raggiungere (giovani e minoranze etniche), dove ー spiega l’azienda ー un numero minore di rispondenti genuini rende più facile per le risposte false alterare il risultato finale. YouGov ha inoltre ammesso che alcuni dei suoi consueti controlli anti-frode non erano stati applicati correttamente. L’istituto ha quindi ritirato il report, assumendosene la piena responsabilità.
Secondo David Voas, sociologo quantitativo e professore emerito all’University College di Londra, intervistato dal Guardian, il problema di fondo sta proprio nel modello scelto da YouGov per raccogliere i dati: un pannello a cui ci si iscrive volontariamente, sapendo che completando i sondaggi si riceverà una ricompensa. Un sistema di questo tipo, spiega Voas, produce di per sé un campione auto-selezionato ー che non è detto che sia rappresentativo della popolazione come avviene per i sondaggi basati su campioni casuali ー e apre la strada a risposte non veritiere, dal momento che i partecipanti possono dichiarare di essere ed avere le caratteristiche che vogliono.
Sondaggi compilati con l’intelligenza artificiale
Un altro problema, oltre a quello del campione auto-selezionato che compila sondaggi per ottenere ricompense come buoni e denaro, consiste nella crescente possibilità da parte degli utenti di utilizzare l’intelligenza artificiale per compilare i questionari.
Uno studio pubblicato a novembre del 2025 da Sean Westwood, professore associato presso il dipartimento di scienze politiche del Dartmouth College, nel New Hampshire, ha dimostrato come i chatbot di modelli linguistici complessi (LLM), partendo da un’istruzione iniziale, possano generare risposte che sembrano quelle di una persona demografica casuale e compilare interi questionari online seguendo il pattern comportamentale di una persona reale, simulando tempi di lettura e risposte coerenti.
Westwood, intervistato dal Guardian sul tema, ha affermato che l’uso dell’IA ha il potenziale di influenzare le ricerche di mercato online, perché «gli strumenti per fare tutto questo sono economici, accessibili e disponibili fin da subito».
Secondo Westwood, i modelli di intelligenza artificiale potrebbero essere sfruttati per contraffare le risposte dei sondaggi, manipolando così la comprensione della società: «L’agente può essere trasformato in un’arma. Basta una singola istruzione per influenzare sistematicamente le sue risposte nei sondaggi politici o nelle questioni geopolitiche, mantenendo intatto il suo profilo demografico, in modo che la manipolazione risulti invisibile ai normali controlli».
David Voas, lo ha definito «un problema crescente» perché se un partecipante riesce a operare su larga scala può generare un discreto volume di entrate, che diventa estremamente significativo in Paesi a basso reddito, dove il costo della vita e i salari medi sono più bassi.
Sul fronte sondaggi, quindi, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa ha peggiorato la qualità dei dati. Secondo un commento pubblicato su Nature dal ricercatore Folco Panizza della Scuola IMT di Lucca insieme a Yara Kyrychenko e Jon Roozenbeek dell’Università di Cambridge, gli studi analizzati suggeriscono che oggi tra il 30 per cento e il 90 per cento delle risposte ai sondaggi online può essere falso o fraudolento, e che una quota tra il 3 per cento e il 7 per cento di risposte fraudolente è già sufficiente a invalidare le conclusioni statistiche di un’indagine.
Secondo Panizza, i metodi di riconoscimento usati finora per distinguere umani e bot si rivelano sempre meno efficaci contro i modelli più avanzati: ad oggi, i sistemi di intelligenza artificiale generativa sono programmati per generare risposte fluide, coerenti e sensibili al contesto, spesso indistinguibili da quelle scritte da una persona in carne e ossa.
Gli autori dello studio propongono quindi un cambio di strategia su più fronti: da un lato l’analisi dei “paradati” comportamentali ー velocità di digitazione, tasti premuti, operazioni di copia-incolla ー per individuare le risposte statisticamente poco compatibili con un comportamento umano; dall’altro un maggiore ricorso a panel di sondaggi verificati, che confermino l’identità dei partecipanti.
Un’altra proposta è quella di ribaltare la logica di rilevamento dei bot: «Le macchine sono molto brave a imitare il comportamento degli esseri umani, ma sono molto meno brave a imitare gli errori che gli umani commettono», afferma Panizza. Per questo motivo, i nuovi metodi per smascherare i bot potrebbero riguardare la progettazione di compiti che sfruttino i limiti di ragionamento umano (come classici enigmi di probabilità, problemi di stima rapida e compiti percettivi, dove gli umani in genere hanno una performance peggiore rispetto ai sistemi IA). «Se un agente risponde troppo bene, questo stesso fatto può diventare un segnale».
Resta così un doppio paradosso. Da un lato c’è chi si iscrive a queste piattaforme sperando in un’entrata extra e si scontra con guadagni minimi, account sospesi e regole poco trasparenti. Dall’altro c’è un intero settore, quello della ricerca di mercato e dei sondaggi d’opinione, che fatica sempre di più a fidarsi dei propri stessi dati, mentre gli strumenti per aggirare i controlli diventano sempre più accessibili. Tra i due estremi, a rimetterci non sono solo gli utenti in cerca di qualche euro, ma la possibilità stessa di monitorare la società in cui viviamo attraverso i sondaggi.
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