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“Elena Ferrante è morta”. L’ultima bugia di Tommaso Debenedetti, il più noto “falsario” del giornalismo italiano

È passato dall’essere uno dei più influenti giornalisti culturali in Italia al diventare il più prolifico diffusore di disinformazione letteraria al mondo. Oggi è tornato a colpire

10 marzo 2026
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Il 10 marzo 2026 la traduttrice statunitense Ann Goldstein, responsabile tra le altre cose della resa in inglese della tetralogia de L’Amica Geniale, ha annunciato su X il decesso di Elena Ferrante, il misterioso pseudonimo dietro il quale si cela una delle più celebri autrici italiane contemporanee. O almeno, questo è ciò che è apparso verosimile a molti utenti della piattaforma che in queste ore stanno inviando messaggi di cordoglio all’indirizzo della scrittrice.

Solo che Elena Ferrante sta benissimo e Ann Goldstein non ha mai pubblicato un simile contenuto.

Confusi? Fate bene ad esserlo, perché dietro questa operazione disinformativa apparentemente incomprensibile si nasconde Tommaso Debenedetti, il più noto “falsario” italiano, che nel giro di quindici anni è passato dall’essere uno dei più influenti giornalisti culturali in Italia al diventare il più prolifico – e creativo – diffusore di disinformazione letteraria.

Alle origini di Debenedetti

Quando fu smascherato come diffusore di disinformazione, il 26 febbraio del 2010, Tommaso Debenedetti era considerato uno dei più influenti giornalisti culturali in Italia. In poco più di dieci anni la sua penna aveva immortalato pensieri e parole dei principali protagonisti della letteratura internazionale, in una collezione di interviste che pochi al mondo potevano vantare.

Era stato Debenedetti a raccogliere per primo l’appoggio dello scrittore americano Philip Roth a Barack Obama, durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2008, ed era stato sempre Debenedetti a riportare che quell’amore politico era ormai giunto al capolinea nel 2010, quando, a detta di Roth, il presidente era stato risucchiato «dalle dinamiche del potere». Da giornalista freelance, Debenedetti aveva portato sulla stampa conservatrice italiana nomi come John Grisham, Gore Vidal, José Saramago, Mario Vargas Llosa, Abraham Yehoshua, Michail Gorbachev, il Dalai Lama e persino Joseph Ratzinger, nella sua ultima intervista prima di ascendere al soglio pontificio come Benedetto XVI. O almeno, questo è ciò che aveva fatto credere al mondo.

Perché a distanza di dodici anni tutte quelle interviste sono state smentite dai diretti interessati e la carriera giornalistica dell’autore è giunta alla sua inevitabile conclusione. Ma questa è solo una parte della storia, perché Debenedetti non ha smesso di far parlare di sé e la sua missione di mettere alla berlina l’informazione italiana è oggi più viva che mai.

Il falsario di interviste

A svelare l’inganno di Debenedetti era stata, quasi per caso, l’inviata di Repubblica Paola Zanuttini, che sul finale di un’intervista (reale, questa volta) a Philip Roth aveva voluto approfondire la sua delusione per l’evoluzione politica di Barack Obama, riportata da Debenedetti in un’intervista pubblicata su Libero nel gennaio del 2010.

«Ma non ho mai detto niente del genere» rispose Roth, «è l’esatto opposto di ciò che penso. Obama, secondo me, è fantastico».

Il passaggio dell’intervista a Roth che ha svelato l’inganno di Debenedetti, pubblicata il 26 febbraio 2010

Si scoprì così che Philip Roth non conosceva Tommaso Debenedetti né il quotidiano Libero e che l’intera intervista era stata semplicemente inventata dal giornalista. E non era l’unica.

Come ha raccontato il magazine americano The New Yorker in una storia dal titolo “Counterfeit Roth” (“Roth contraffatto”) comparsa sul numero del 5 aprile 2010, fu lo stesso Roth a incaricarsi delle indagini e a scoprire che dichiarazioni simili circa una disillusione nei confronti di Obama erano state attribuite anche a John Grisham, sempre in un’intervista firmata da Debenedetti, questa volta pubblicata sui giornali del gruppo Monrif (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno). Contattato grazie a Roth, anche Grisham smentì di aver mai rilasciato quell’intervista.

Il metodo Debenedetti

Il meccanismo era semplice e collaudato: Debenedetti sceglieva di volta in volta uno scrittore o un personaggio di caratura internazionale, possibilmente di estrazione progressista, e gli faceva dire delle cose in grado di solleticare l’attenzione della stampa italiana e, più in generale, dell’opinione pubblica.

Così nel 2004 l’ex presidente dell’Urss Michail Gorbachev aveva dichiarato a L’Indipendente di non considerare Berlusconi «un problema per l’Italia» e nel 2006 lo scrittore britannico John Le Carré aveva confidato al Piccolo di Trieste che, se fosse stato italiano, non avrebbe «esitato un secondo» a votare per Berlusconi (l’intervista era stata al tempo ripresa anche dal Corriere della Sera). Sempre a colloquio con Il Piccolo, lo scrittore Gore Vidal avrebbe definito nel 2009 «una geniale trovata pubblicitaria» quella del «Berlusconi donnaiolo», mentre il premio Nobel per la letteratura Herta Müller avrebbe discusso di foibe con il Resto del Carlino. Lo scrittore israeliano David Grossman avrebbe invece incensato sul Mattino il piano di pace per il medioriente di Ariel Sharon (gli articoli non sono più online, ma tutti i riferimenti bibliografici sono disponibili sul blog della giornalista Chiara Lalli).

In realtà, era tutto falso.

Come ha raccontato a El País lo stesso Debenedetti, in una delle rare interviste rilasciate dopo essere stato smascherato, riuscire a ritagliarsi una credibilità nel mondo del giornalismo non era stato particolarmente difficile. Debenedetti ha raccontato di non aver mai provato a vendere un’intervista a Repubblica, al Corriere della Sera o alla Stampa («loro fanno le verifiche») ma di aver trovato la strada spianata nelle redazioni dei giornali conservatori, a patto che gli articoli rispettassero la linea editoriale.

Insegnante di giorno e impostore di notte, Debenedetti è l’ultimo di una lunga stirpe di scrittori e letterati. Suo nonno Giacomo è considerato uno dei più importanti critici letterari del Novecento italiano, mentre suo padre Antonio (scomparso il 3 ottobre 2021) è stato a lungo giornalista del Corriere della Sera e scrittore insignito di un premio Campiello, uno dei più celebri riconoscimenti letterari per la narrativa italiana.

Per Tommaso, però, inizialmente le cose non sono state così semplici e così, come raccontato a El Paìs, dopo una prima parte di carriera passata a «lavorare onestamente» senza particolari soddisfazioni, è arrivata la fase della contraffazione. «Nonostante mi pagassero solo trenta euro, e a volte manco quelli, nessuno mi ringraziava mai per le mie esclusive» spiegava al tempo Debenedetti, «e questo dimostra che era tutto un gioco: tutti sapevano. Solo che si comportavano come se non gli interessasse».

Quello di Debenedetti al El País è il resoconto di un sistema compromesso, in cui «falsificazione e settarismo sono gli elementi fondamentali». E lui? «Io mi sono semplicemente prestato a questo gioco, per poter lavorare, e ho giocato fino alla fine per denunciare lo stato di queste cose».

Questo atteggiamento di sfida nei confronti del sistema informativo è valso a Debenedetti una citazione nel saggio del 2015 Note sulla morte della cultura –  nel quale lo scrittore Mario Vargas Llosa lo definiva «un eroe della civiltà dello spettacolo» – ma mai alcuna sanzione. Philip Roth ha infatti rinunciato a fare causa all’italiano, a suo dire perché sarebbe stato troppo impegnativo per lui («Ci sarebbero voluti due anni e molti viaggi in Italia», aveva spiegato lo scrittore al New Yorker, «Mi distrarrebbe dalla mia scrittura e, peggio ancora, diventerebbe un’ossessione») e nulla ha potuto nemmeno l’ordine dei giornalisti, dal momento che Debenedetti non risultava iscritto nell’albo professionale. Ironicamente, proprio Debenedetti aveva invece minacciato una querela nei confronti del noto scrittore, ma questa non ha avuto alcun seguito giudiziario.

L’intervista a Debenedetti si concludeva con la promessa che la sua carriera da falsario non si sarebbe esaurita con le interviste contraffatte sui giornali, ma che il suo obiettivo era quello di diventare «​​il campione italiano della menzogna».

Il trasformismo su X

E infatti la carriera di Debenedetti nella disinformazione era tutt’altro che terminata, perché gli anni Dieci del Duemila hanno segnato la definitiva ascesa dei social media e il nostro protagonista non si è fatto scappare questa opportunità.

A partire dal 2011 sono così iniziati a spuntare su Twitter strani account creati per impersonare figure di spicco dell’attualità, accompagnati da biografie convincenti e tweet di benvenuto per i follower. A distanza di pochi giorni, quegli stessi account finivano per fare un annuncio ufficiale di grande impatto, prima di cambiare identità e ricominciare tutto da capo. I follower guadagnati durante queste incursioni si sommavano di volta in volta e, come spiegato da Business Insider, includevano immancabilmente account ufficiali di politici e profili di giornalisti, particolare che rendeva sempre più difficile identificare gli account falsi.

Il ciclo si concludeva quando sugli account compariva la frase: «This account is hoax created by Tommasso Debenedetti [sic]» (in italiano, «Questo account è un falso creato da Tommaso Debenedetti»).

È l’ultima trovata di Tommaso Debenedetti, quella con cui sperava di diventare una volta per tutte il «campione italiano della menzogna» e la strategia sembra sorprendentemente funzionare.

Tutte le identità del falsario

Il primo a farne le spese era stato nel 2011 lo scrittore Henning Mankell, che aveva smentito di essere su Twitter dopo alcuni articoli della stampa svedese. Fu poi il turno del cardinale Tarcisio Bertone, al tempo segretario di Stato vaticano, che qualche giorno dopo essere apparentemente sbarcato su Twitter annunciò la presunta morte di papa Benedetto XVI e del ministro delle Finanze spagnolo Cristóbal Montoro, e che da un account giunto ormai a oltre 3 mila follower comunicò la notizia del (falso) decesso del regista Pedro Almodovar.

Su Twitter Debenedetti ha vestito i panni di centinaia di personalità pubbliche, ottenendo brevemente la spunta blu del social network (il segno di riconoscimento che permette agli utenti di sapere che un account di interesse pubblico è autentico) per i falsi account dell’allora ministro degli Esteri tedesco – oggi presidente della Repubblica federale – Frank-Walter Steinmeier e dell’ex presidente del Consiglio italiano Mario Monti. Parlando con il Guardian, nel 2012, Debenedetti aveva spiegato che «Twitter funziona bene con le morti» e che «i social media sono la fonte di informazione meno verificabile al mondo», aggiungendo che i mezzi di comunicazione tradizionale continuano a cascare nei suoi falsi «a causa della loro necessità di velocità».

Nel corso degli anni, Debenedetti ha “ucciso” via social le scrittrici Svetlana Aleksievič e JK Rowling, lo scrittore Cormac McCarthy, il regista Costa-Gavras e l’ex presidente afghano Hamid Karzai. Ha assegnato il premio Nobel per la letteratura 2021 ad Annie Ernaux (andato in realtà ad Abdulrazak Gurnah, Ernaux lo avrebbe vinto solo l’anno successivo) e ha fatto impennare il prezzo del petrolio, dopo che un suo tweet che annunciava la morte del presidente siriano Assad era stato ripreso dai media di mezzo mondo. Ha ottenuto la pubblicazione di lettere aperte, spacciandosi per Umberto Eco e per Paco Ignacio Taibo. È costato un’aspra contestazione degli intellettuali argentini a Vargas Llosa, dopo che da una pagina Facebook creata a suo nome aveva criticato la presidenza Kirchner. Nel 2022 aveva anche già cercato di diffondere la falsa notizia sulla morte di Elena Ferrante. E ha fatto tutto questo beffando testate giornalistiche come il New York Times, Associated Press, Le Figaro, Guardian e Neue Zürcher Zeitung, che hanno in qualche misura ripreso o riportato le notizie false veicolate da Debenedetti.

L’impresa più memorabile di Debenedetti risale all’ottobre del 2021, quando un suo fake da 14 mila follower era finito sul sito della Bbc nei panni del fresco vincitore del premio Nobel Abdulrazak Gurnah. Quel profilo ha poi twittato la (falsa) notizia della morte del poeta Wole Soyinka, prima di reincarnarsi nell’account del vice-primo ministro polacco Henryk Kowalczyk.

Solo il tempo ci dirà quale sarà la prossima avventura di Debenedetti, ma la storia del falsario di interviste e delle sue mille identità sembra ancora molto lontana dalla conclusione.

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