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La destra americana si sta spaccando sullo storico rapporto con Israele

Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo statunitense sembrano l’apice di uno scontro interno al mondo MAGA sull’antisemitismo

27 marzo 2026
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Dopo poco più di 15 giorni dall’attacco militare congiunto dello scorso 28 febbraio di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, l’organizzazione federale statunitense che coordina le attività in materia di anti-terrorismo, si è dimesso spiegando le motivazioni in una lettera pubblica indirizzata a Trump e diffusa sui suoi canali social

Il politico repubblicano, nonché ex soldato delle forze speciali dell’esercito, ha scritto di non poter «in coscienza sostenere la guerra in corso in Iran» in quanto Teheran «non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione» e che «è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». 

Da parte sua la Casa Bianca ha respinto le accuse di Kent, affermando che il presidente aveva «prove inconfutabili» del fatto che l’Iran avrebbe attaccato per primo gli Stati Uniti. Trump ha definito l’ex capo dell’antiterrorismo un «bravo ragazzo», ma «debole in materia di sicurezza», aggiungendo che «è stata una buona cosa che se ne sia andato». Quando l’aveva nominato a capo dell’antiterrorismo, un anno fa, Trump lo aveva invece elogiato definendolo un uomo che aveva «dato la caccia a terroristi e criminali per tutta la sua vita adulta».

Diversi critici di Trump e contrari alla guerra hanno elogiato la decisione di Joe Kent. Mark Warner, principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, ha scritto su X che pur non avendo appoggiato in passato la candidatura di Kent come capo dell’antiterrorismo, «sono contento che sia disposto a riconoscere la verità: non c’era nessuna minaccia imminente per gli Stati Uniti e questa guerra è stata un’idea terribile. Anche i più grandi sostenitori del movimento MAGA di Trump si rendono conto che questa guerra è stupida, costosa e mortale. Quando lo capirà Trump?». 

C’è tuttavia un elemento importante nella lettera di Kent che, secondo diversi analisti politici, non permette di leggere le sue dimissioni esclusivamente come una posizione di principio (da destra) contro la guerra: le accuse complottiste rivolte a Israele. 

Il complottismo di Kent contro Israele

Per Zack Beauchampè, giornalista della testata giornalistica statunitense Vox.com, il testo della missiva pone infatti «le basi per una teoria del complotto antisemita che potrebbe definire il futuro del Partito Repubblicano».

Nella sua lettera, Kent scrive che Trump sarebbe stato ingannato sull’Iran «da una campagna di disinformazione» che «ha seminato sentimenti bellici per incoraggiare una guerra con l’Iran» messa in atto da «alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani». Secondo l’ex capo dell’antiterrorismo questa stessa tattica sarebbe stata utilizzata dagli israeliani per trascinare gli Stati Uniti «nella disastrosa guerra in Iraq». 

Kent aggiunge inoltre che «come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento» e come marito di Shannon Kent «morta in una guerra creata da Israele» non può sostenere «l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo di vite americane». Nel 2019 sua moglie, soldatessa delle forze speciali statunitensi, era rimasta uccisa, insieme ad altre 18 persone, in un attentato in Siria durante un’operazione contro il cosiddetto “Stato Islamico” (Isis), organizzazione terroristica paramilitare di stampo jihadista.

Beauchampè afferma che se è vero che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni su Trump affinché entrasse in guerra contro l’Iran, «così come hanno fatto i membri filo-israeliani della più ampia coalizione repubblicana», ritrarre il presidente come una persona priva di convinzioni personali o di capacità di agire non ha riscontro nei fatti finora emersi. 

L’analista politico spiega che Trump ha una linea dura nei confronti dell’Iran da decenni: «Già negli anni ’80, aveva auspicato l’invio di truppe nel Paese e una campagna guidata dagli Stati Uniti per assumere il controllo del petrolio iraniano. Durante il suo primo mandato, ha stracciato un accordo sul nucleare concepito per prevenire la guerra e ha fatto assassinare un alto ufficiale militare iraniano (Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio 2020, ndr)». Tutto questo suggerisce che la «variabile chiave» non sia tanto l’influenza di Israele sulla politica estera statunitense in generale, quanto «le specifiche preferenze e la visione del mondo di questo presidente», continua il giornalista.

Anche il dipingere l’azione militare statunitense in Iraq nel 2003 e in Siria contro l’Isis come un’unica grande cospirazione israeliana non trova conferma. Dopo la pubblicazione della lettera di dimissioni dell’ormai ex direttore del National Counterterrorism Center, l’editorialista del New York Times Michelle Goldberg ha scritto che nel 2022 Kent le disse di essere stato spinto di entrare in politica a causa della morte di sua moglie in Siria, attribuendo all’epoca la colpa della sua perdita «a quello che definiva lo “stato amministrativo”, e sostenendo che burocrati non eletti avessero ostacolato i tentativi di Trump di ritirare le truppe dalla Siria». Ora, invece, accusa lo stato ebraico. 

Per quanto riguarda poi la guerra in Iraq nel 2003, Matthew Duss, vicepresidente esecutivo del think tank statunitense Center for International Policy, ha affermato in un articolo del 23 marzo su Foreign Policy che all’epoca il governo del primo ministro israeliano Ariel Sharon adottò una posizione cauta sulla decisione del presidente statunitense George W. Bush di attaccare l’Iraq guidato dal dittatore Saddam Hussein, «in parte perché Sharon considerava il conflitto una distrazione dalla vera minaccia: l’Iran». «Inizialmente, Sharon esortò privatamente l’amministrazione Bush a non invadere, ma poi appoggiò pubblicamente l’operazione una volta appurato che il presidente era determinato a portarla avanti». «Ma il punto fondamentale», precisa l’esperto, «è che gli Stati Uniti sarebbero quasi certamente entrati in guerra in Iraq con o senza il sostegno del governo israeliano».

Dopo le sue dimissioni pubbliche, Kent è andato ospite del “Tucker Carlson Show”, seguitissimo podcast MAGA condotto dall’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson (noto per sostenere posizioni definite da più parti antisemite). In quell’occasione, Kent ha ribadito le sue accuse a Israele, accennando anche a teorie del complotto infondate secondo cui forze filo-israeliane sarebbero dietro anche l’assassinio di Charlie Kirk, attivista di estrema destra e fondatore dell’organizzazione giovanile di destra Turning Point USA (TPUSA) ucciso il 10 settembre 2025 e per il cui omicidio è indagato il ventiduenne Tyler Robinson

Joe Kent, tra complottismo e legami con l’estremismo di destra 

Non devono sorprendere le teorie complottiste con cui Kent ha attaccato Israele. L’ex capo dell’antiterrorismo statunitense è infatti un noto teorico della cospirazione, scrive su Bloomberg David M. Drucker, giornalista politico specializzato nel partito repubblicano statunitense. 

Durante la fase emergenziale della pandemia di Covid-19, Kent ha espresso posizioni antivacciniste e prive di fondamento scientifico sostenendo che i vaccini anti-Covid fossero «una terapia genica sperimentale», e ha affermato che Anthony Fauci, ex consigliere medico capo della Casa Bianca ed ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) noto per la battaglia contro il virus Sars-CoV-2, sarebbe dovuto essere  incriminato per omicidio. L’ex berretto verde ha sostenuto inoltre la teoria del complotto sulle elezioni presidenziali del 2020 “rubate” a Trump e definito «prigionieri politici» gli estremisti e sostenitori MAGA indagati e arrestati dopo l’attacco al Campidoglio USA del 6 gennaio 2021. Kent ha anche rilanciato la teoria del complotto infondata secondo cui dietro all’assalto ci sarebbero stati gli agenti federali. 

Nel corso del suo impegno politico, Kent ha avuto anche stretti legami con gruppi di estrema destra e personalità antisemite statunitensi. Come riporta CBS News, «quando si candidò alla Camera dei Rappresentanti nel 2022, Kent contattò per una consulenza Graham Jorgensen, membro del gruppo militarista di estrema destra Proud Boys, che hanno avuto un ruolo attivo nell’attacco del 6 gennaio. Collaborò inoltre a stretto contatto con Joey Gibson, fondatore del gruppo nazionalista cristiano Patriot Prayer, e ottenne il sostegno di diverse figure dell’estrema destra». Nel 2021 Kent entrò in contatto con Nick Fuentes, un influencer suprematista bianco apertamente misogino, antisemita, neonazista e razzista, riguardo la possibilità di collaborare alla sua strategia sui social media per la campagna elettorale al Congresso. 

In seguito Kent ha rinnegato alcuni dei suoi legami con l’estrema destra e dichiarato di rifiutare ogni forma di «razzismo e intolleranza». 

L’antisemitismo nella lotta interna per il futuro del partito repubblicano

Ora, le recenti posizioni di Kent hanno messo in luce una spaccatura interna al Partito Repubblicano e al sistema mediatico di destra causata da un «dibattito di politica estera sull’opportunità della guerra di Trump contro l’Iran e sul futuro della storica alleanza tra Stati Uniti e Israele», scrive l’Associated Press. In particolare sul tradimento della promessa “America First” di porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti in guerre all’estero considerate inutili. Promessa che aveva contribuito alla vittoria di Trump alle elezioni presidenziali di novembre 2024. 

Tuttavia, aggiunge l’agenzia di stampa internazionale, «si teme anche che l’attenzione su Israele rappresenti la punta di diamante di una frangia antisemita che ha guadagnato terreno dipingendo gli ebrei come oscuri manipolatori, riproponendo alcuni dei cliché più odiosi della storia».

Dopo le parole dell’ex capo dell’antiterrorismo statunitense, Candace Owens, influencer complottista antisemita e podcaster statunitense di ultradestra con milioni di follower sui propri profili social, ha elogiato su X Kent definendolo un eroe americano, aggiungendo «che le truppe americane seguano il suo esempio e prendano in considerazione l’obiezione di coscienza alla guerra delle giovenche rosse di Bibi. Goyim, fatevi da parte». Il termine ebraico “Goyim” usato per indicare i non ebrei è stato adottato dagli antisemiti nel proprio lessico

Come abbiamo ricostruito recentemente, proprio Owens è parte attiva della feroce “guerra civile” in atto tra potenti influencer MAGA, a colpi di accuse incrociate e teorie del complotto (anche antisemite), per conquistare sempre più influenza nel movimento alla base del sostegno a Trump. Una lotta che può ridisegnare i confini culturali e politici dello stesso partito repubblicano e la sua storica alleanza con Israele.

Come raccontato dall’emittente radiofonica statunitense NPR, le divisioni del gruppo MAGA sull’antisemitismo erano emerse in maniera evidente durante la conferenza annuale  “America First” organizzata da TPUSA, tenutasi a Phoenix, in Arizona, dal 18 al 21 dicembre 2025. Sul palco infatti la scena era stata monopolizzata dallo scontro tra importanti esponenti del movimento proprio sulla retorica antisemita e le teorie del complotto. In quell’occasione, il noto podcaster conservatore Ben Shapiro aveva duramente criticato Tucker Carlson per aver ospitato il neonazista e antisemita Nick Fuentes in una puntata di fine ottobre del suo podcast. 

In quella puntata i due avevano criticato aspramente i conservatori che sostengono Israele. In particolare Fuentes, nel corso delle due ore di amichevole colloquio, aveva rilanciato un vecchio stereotipo antisemita, suggerendo che la lealtà degli ebrei verso Israele e gli altri ebrei sia un ostacolo alla realizzazione di una società americana unita. «Il movimento conservatore è… in pericolo a causa di ciarlatani che affermano di parlare in nome dei principi, ma in realtà si dedicano a teorie del complotto e disonestà», aveva detto Shapiro durante la conferenza “America First”. Carlson, sempre dal palco di TPUSA, aveva respinto con fermezza le accuse di Ben Shapiro, parlando di censura. Diverse settimane prima la discussa puntata del podcast di Carlson, un’inchiesta di Politico aveva rilevato che una chat di gruppo tra giovani leader repubblicani conteneva numerosi commenti antisemiti.

Intervistato a gennaio 2026 dal New York Times, alla domanda se gli antisemiti dovessero avere un posto nel suo movimento MAGA, il presidente Trump ha risposto: «No, non credo. Penso che non ne abbiamo bisogno. Penso che non ci piacciano». Questa risposta tuttavia non significa necessariamente che ora il movimento che lo sostiene si libererà dell’antisemitismo, scrive The Times of Israel. Questo in parte perché, spiega il quotidiano online israeliano, «Trump ha storicamente mostrato una certa riluttanza a prendere le distanze dagli antisemiti tra i suoi sostenitori, una tendenza che ha manifestato anche nell’intervista al Times. E questo accade in parte perché il movimento MAGA non segue sempre il suo leader in modo incondizionato. Alcuni dei fan più fedeli del presidente si sono allontanati da lui su alcune questioni chiave. E a volte, Trump ha preso spunto da loro». 

Negli anni passati, lo stesso Trump ha fatto riferimento più volte a secolari stereotipi antisemiti in alcune delle sue esternazioni pubbliche e si è circondato di persone con precedenti inciampi antisemiti, finendo  con il  normalizzare discorsi che, fino a pochi anni fa, erano marginali e riservati alla destra più estrema. In un articolo pubblicato il 26 marzo 2026, il Washington Post ha riportato che giovani con posizioni estremiste e in alcuni casi antisemite stanno acquistando sempre più attenzione tra i sostenitori del partito repubblicano. Una dinamica quindi che ormai sembra sempre più presentare il conto ai vertici del partito repubblicano.

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