
Le politiche anti-trans degli Stati Uniti possono essere l’inizio di un genocidio?
Ne è convinto un autorevole istituto specializzato nell’analisi dei fenomeni genocidari, mentre la stretta repressiva dell’amministrazione Trump si intensifica
L’11 marzo il Lemkin Institute for Genocide Prevention and Human Security ha pubblicato un terzo “Red Flag Alert” legato alle politiche anti-trans dell’amministrazione Trump. Nel documento si sottolinea che il 2025 è stato il sesto anno consecutivo da record per numero di proposte di leggi anti-trans discusse negli USA, con un aumento del 45 per cento rispetto al 2024 e una crescita complessiva del 668 per cento tra il 2021 e il 2025.
L’istituto – specializzato nell’analisi dei fenomeni genocidari e dal 2024 membro di Global Action Against Mass Atrocity Crimes, rete formata da Stati, associazioni e istituzioni accademiche e impegnata a individuare e prevenire i crimini contro l’umanità – sostiene che l’attuale governo statunitense identifichi le persone trans come «una minaccia per la famiglia e per la potenza militare della nazione» e «una minaccia cosmica per la salute spirituale della nazione e la più grande minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti nel mondo».
Sulla base di questo posizionamento ideologico e delle proposte di legge – alcune in fase di discussione, altre entrate in vigore – il Lemkin Institute ritiene che gli USA «si trovino nelle prime fasi di un processo genocida contro le persone trans, il cui obiettivo è quello di cancellare completamente le persone transgender non solo dalla vita pubblica, ma anche dalla loro stessa esistenza negli Stati Uniti e nel mondo».
Cos’è un genocidio
Il termine genocidio nasce in ambito giuridico, ma nel tempo si è caricato di significati politici, etici e ideologici. Oggi il suo impiego è dibattuto. Secondo la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, firmata dalle Nazioni Unite nel 1948, il termine genocidio indica il compimento delle azioni volte a distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Ciò può avvenire attraverso l’uccisione o il danneggiamento fisico e mentale dei suoi membri, l’imposizione di condizioni di vita tali da condurre alla loro eliminazione fisica, l’impedimento delle nascite oppure la sottrazione forzata di bambine e bambini per trasferirli in un altro gruppo.
Partendo da questa prospettiva, costruita sulla nozione di intento genocidario teorizzata dal giurista Raphael Lemkin nel volume “Axis Rule in Occupied Europe” (1944), il Lemkin Institute ricorda che un genocidio implica una serie di violenze che vanno oltre l’uccisione di massa. Nell’Alert pubblicato si legge infatti: «La maggior parte dei processi genocidari comporta politiche complesse volte a ostacolare attivamente e sistematicamente la manifestazione di un’identità nel mondo sociale attraverso leggi, decreti, atti linguistici e pratiche attuate da gruppi al potere. Come conseguenza di tali azioni, le persone all’interno di una comunità minacciata non possono vivere pubblicamente come ciò che sono e lo sviluppo dell’identità comunitaria diventa impossibile».
Le politiche anti-trans del governo statunitense, quindi, si differenziano dai genocidi come quello armeno o dalla Shoah, caratterizzati da uccisioni di massa, e si inserirebbero nel nono dei “Dieci modelli di genocidio” teorizzati da Elisa von Joeden-Forgey, direttrice esecutiva del Lemnik Institute: la negazione e/o impedimento dell’identità. Questo modello descrive il contesto in cui un’identità viene attivamente negata o ostacolata nella sua manifestazione tramite leggi e iniziative promosse da chi è o aspira al potere, istigazione all’odio compresa.
Negli Stati Uniti le persone di età pari o superiore ai 13 anni che si identificano come trans sono attualmente 2,8 milioni e già oggi, secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, sono viste come una minaccia da parte della popolazione statunitense e per questo, quindi, specifica sempre il Lemkin Institute, meritevoli di violenza e coercizione da parte dello Stato stesso.
Un campo in cui si muovono in questo senso le iniziative federali o dei singoli Stati è quello della salute, in particolare limitando la copertura assicurativa per gli interventi chirurgici di affermazione di genere e l’accesso alle terapie ormonali. Queste manovre sulla salute costituirebbero una forma di persecuzione e di negligenza medica con conseguenze gravose sulla salute fisica e mentale, privata e pubblica. Partire dalla salute è un meccanismo comune a diverse forme di genocidio che spesso porta a discriminazioni maggiori.
In merito alla violenza sui minori e al loro spostamento forzato – tra gli aspetti delineati dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio dell’ONU – il Lemkin Institute spiega: «Sebbene i bambini transgender non vengano attualmente separati dai loro genitori, vengono allontanati dal loro gruppo, costretti ad abbandonare la propria identità e obbligati a crescere come parte di un gruppo (quello delle persone cisgender) a cui non appartengono». In quest’ottica l’azione genocidaria non corrisponderebbe a una rimozione fisica da una comunità ma alla soppressione dell’identità dei minori trans. Un processo assimilato a quello vissuto dalle popolazioni native nordamericane, costrette a rinnegare le proprie origini e la propria identità nelle scuole residenziali.
La tutela dell’infanzia
A giugno 2025 la sentenza della Corte Suprema nel caso USA v. Skrmetti ha confermato il divieto imposto alle persone trans minorenni dal Tennessee di accedere alla terapia ormonale, necessaria per modificare i caratteri sessuali secondari allineandoli all’identità di genere, e ai bloccanti della pubertà, farmaci reversibili che sospendono temporaneamente lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari negli adolescenti.
A marzo 2026 è stato poi approvato un disegno di legge in Wisconsin che preclude alle persone trans minorenni di avanzare in qualsiasi modo nel percorso di affermazione di genere. La nuova normativa prevede che «un operatore sanitario non può intraprendere, far intraprendere o indirizzare verso alcuna delle seguenti pratiche su un minore allo scopo di modificare il corpo del minore affinché corrisponda a un sesso non corrispondente al sesso biologico del minore» e cita poi gli interventi chirurgici che portano alla sterilità, la matectomia e la somministrazione di terapie ormonali.
Queste iniziative sono state osservate con preoccupazione dalle organizzazioni che si occupano di diritti LGBTQ+ perché ostacolano i minori trans e le loro famiglie nell’accesso al percorso di affermazione di genere e costituiscono un precedente per leggi simili negli altri Stati USA. D’altro canto tra le fila del Partito Repubblicano sono state viste come una conquista per la salvaguardia dei bambini e della loro salute.
A questo proprosito una ricerca del 2024 del Trevor Project, ONG per la prevenzione al suicidio nella comunità queer, rileva che negli Stati che approvano delle leggi anti-trans si registra un aumento del 72 per cento dei tentativi di suicidio tra i giovani trans rispetto agli Stati senza tali leggi. Un contesto che si aggrava con la chiusura dei programma di servizi specializzati per giovani LGBTQ+ del 988 Suicide & Crisis Lifeline, la linea telefonica di prima emergenza per salute mentale, disagio emotivo e tentato suicidio. Dal 2022 questo servizio ha messo in sicurezza oltre 1,3 milioni di giovani LGBTQ+ in difficoltà.
A febbraio 2026 il Partito Repubblicano ha presentato la proposta di legge “Stop the Sexualization of Children Act”, che intende vietare a livello federale l’uso di fondi pubblici per promuovere iniziative, materiale scolastico e libri rivolti ai minori che «includono materiale a sfondo sessuale», incluso ciò che riguarda «disforia di genere o transgenderismo». Una definizione tanto ampia da rischiare la rimozione dalle scuole di qualsiasi testo in cui si menziona l’esistenza delle persone trans.
In altri casi, come prevede la legge approvata nell’Indiana a marzo 2026, è vietato organizzare delle lezioni o dei momenti educativi concentrati su un’identità o una cultura scelta in relazione a «identità razziale o discriminazione razziale, identità di genere o discriminazione di genere, vittimizzazione, lotta di classe, una gerarchia di privilegi o esclusione sistemica».
Molti disegni di legge mirano inoltre a negare a studentesse e studenti trans la possibilità di usare il nome d’elezione (la cosiddetta carriera alias presente anche in Italia) e i relativi pronomi. Alcuni Stati, come l’Ohio da aprile 2025, richiedono al personale docente di comunicare ai genitori qualsiasi cambiamento nella «salute o nel benessere mentale, emotivo o fisico» di uno studente, compresa «qualsiasi richiesta […] di identificarsi con un genere diverso dal sesso biologico». Ciò mette a rischio tutti quegli studenti che non sono al sicuro nel fare coming out con la famiglia.
Un processo più ampio
Sono numerose le organizzazioni che si occupano di diritti LGBTQ+ che denunciano l’aumento vertiginoso delle leggi anti-trans negli USA negli ultimi anni. Secondo il Trans Legislation Tracker, solo nel 2026 sono state proposte 740 iniziative legislative, di cui 22 sono state approvate. Nel 2025 le proposte sono state 1022 e quelle approvate 126. Nel 2021 il rapporto era di 153 a 18. Tra gli Stati più attivi: Oklahoma, Missouri, South Carolina e Tennessee. Solo otto Stati al momento non hanno presentato nemmeno un anti-trans bill nel 2026, ma l’hanno fatto negli scorsi anni.
Tra le recenti proposte di legge non approvate c’è il tentativo di punire con l’ergastolo il personale medico del Maryland che somministra o prescrive le terapie ormonali di affermazione di genere e la richiesta di riconoscere l’identità trans come un disturbo mentale nel West Virginia, nonostante l’OMS l’abbia rimossa dalla lista delle malattie mentali nel 2018. In fase di discussione è invece lo “Smithsonian American Women’s History Museum Act”, che vorrebbe dedicare il museo esclusivamente al racconto della storia delle «donne biologiche» eliminando dalla memoria collettiva l’esistenza delle donne trans.
L’ossessione verso le donne trans
Parte delle misure restrittive anti-trans si concentrano sulle donne trans e sul tentativo di estrometterle dagli spazi femminili. Le donne trans vengono percepite come una minaccia per le donne cisgender, ad esempio, nello sport e nei bagni pubblici, perché viste come potenziali agenti di violenza visica e sessuale. Questa forma di transfobia, comune anche all’interno del movimento TERF (femministe radicali trans-escludenti) o femminismo gender critical, condivide molti dei presupposti sulla purezza spaziale, concettuale e sessuale che si ritrovano nelle ideologie genocidarie del XX secolo.
Secondo il Lemkin Institute, infatti, in Ruanda «nell’ideologia Hutu Power [suprematista], le donne Tutsi venivano accusate di essere infiltrate e spie che usavano il sesso per sedurre gli uomini Hutu e controllare i caschi blu delle Nazioni Unite. Nel nazismo, gli uomini ebrei venivano accusati di essere lussuriosi e stupratori che cercavano di contaminare le donne ariane tedesche. L’armenofobia ottomana dipingeva gli uomini armeni come nemici interni, traditori allineati con potenze esterne ostili».
Si tratterebbe di casi in cui il gruppo soggetto a violenza sistemica viene accusato di essere una minaccia per l’incolumità fisica e sessuale della maggioranza, assegnandogli dei tratti di dubbia moralità e alimentando lo stesso meccanismo sociale responsabile dei soprusi. In questo caso, un sessismo diffuso che è la vera causa della violenza sulle donne cis, non imputabile alle donne trans.
Su tali premesse a gennaio 2026 in Kansas è stato approvato l’obbligo di utilizzare bagni e spogliatoi in base al sesso biologico (e non al genere d’elezione). I trasgressori ricevono inizialmente un avvertimento e poi una multa di mille dollari. Inoltre chiunque incontri una persona trans in un bagno pubblico, nella sezione non corrispondente al suo sesso biologico, può denunciarla e intentare una causa civile contro di lei. Leggi di questo tipo, diffuse in 21 Stati USA, incoraggiano gli atteggiamenti molesti nei confronti delle persone trans negli spazi pubblici, ricompensando economicamente coloro che li mettono in atto, e minano inoltre la sicurezza delle persone percepite come trans pur senza esserlo. È il caso dell’adolescente lesbica Gerika Mudra, accusata di essere trans dal ristorante in Minnesota in cui si trovava e in cui è andata in bagno, o della coppia Ansley Baker e Liz Victor, intimate ad allontanarsi dal bagno di un hotel di Boston perché sospettate di essere trans.
Un’ulteriore misura relativa allo spazio pubblico, approvata in Kansas a febbraio 2026, prevede la revoca delle patenti di guida alle persone trans residenti nello Stato. Coloro che desiderano continuare a guidare dovranno ottenere una nuova patente con un’indicazione di genere che non corrisponde alla loro identità ma al sesso biologico e recarsi nell’apposito ufficio – senza poter guidare un mezzo proprio – per farne richiesta. Con il nuovo documento, il sesso indicato e l’espressione di genere delle persone trans non combaceranno, constringendole a un coming out forzato ogni volta che dovranno mostrare la patente.
Parallelamente un ordine esecutivo del gennaio 2025 ha decretato che i passaporti non verranno più rilasciati con la dicitura X ma solo con l’indicazione “M” o “F” corrispondente al sesso biologico, senza la possibilità di adeguarla al genere della persona richiedente.
La falsa accusa di terrorismo
Infine si è rapidamente diffusa la narrazione di una minaccia terroristica trans. A settembre 2025 il figlio del presidente Trump, Donald Trump Jr., ha dichiarato che le persone trans sono più pericolose di Al Qaida, l’organizzazione terroristica islamica che ha compiuto l’attacco alle Torri Gemelle. Nel corso degli anni diverse notizie false hanno sostenuto che le persone trans siano le maggiori responsabili di stragi con armi da fuoco, incidenti aerei e attacchi terroristici. Le speculazioni sono aumentate ad agosto 2025, dopo la strage nella scuola elementare cattolica di Minneapolis per opera di una persona trans di nome Robin Westman.
Come spiegato da Michael Jensen, ricercatore del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism, non c’è «alcuna prova a sostegno dell’affermazione secondo cui le persone trans sarebbero responsabili in modo sproporzionato di episodi di violenza di massa negli Stati Uniti, comprese le sparatorie nelle scuole. Anzi, i dati suggeriscono esattamente il contrario». Le persone trans sono infatti responsabili delle sparatorie di massa in meno dell’uno per cento dei casi.
In base a un articolo del giornalista Ken Klippenstein, l’FBI sta sperimentando la categoria “Nihilistic Violent Extremists” (NVE, estremisti nichilisti violenti) per identificare le persone trans sospettate di terrorismo. Come evidenzia la giornalista Io Dodds su The Independent, tale definizione è talmente ampia che potrebbe includere altri profili scomodi, come scrittori e attivisti progressisti.
L’organizzazione statunitense GLAAD, che si occupa della tutela dei dirtti LGBTQ+, chiarisce che «accusare persone appartenenti a una comunità piccola e vulnerabile di crimini legati a stragi con armi da fuoco rappresenta un tentativo di disumanizzare ulteriormente, demonizzare e alimentare la paura nei confronti delle persone transgender e non binarie».
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