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Il mito della “superiorità bianca” affonda in un mare di bugie storiche

Svariate teorie infondate lodano la “civiltà occidentale” e sostengono che il colonialismo non era poi così male

5 marzo 2026
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«A testa alta per la difesa dei valori, diritti, confini e delle libertà della civiltà occidentale» era lo slogan con cui il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini aveva chiuso il raduno della Lega a Pontida nel settembre 2025. Che la “civiltà occidentale” vada difesa perché in pericolo è un mantra che già da svariati anni circola tra gli esponenti della destra ed estrema destra in Europa e negli Stati Uniti. Una tesi progressivamente alimentata dalle cospirazioni infondate della “grande sostituzione etnica” e del “genocidio dei bianchi”, secondo cui l’elite globalista starebbe pianificando la sostituzione della “civiltà occidentale bianca” con altre etnie. 

Questo slogan si lega anche alla convinzione secondo cui la “civiltà occidentale” sarebbe da salvare soprattutto perché erede di una tradizione «unica, peculiare, e insostituibile», per usare le parole del segretario di Stato statunitense Marco Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026. Una tradizione che risalirebbe alle civiltà greco-romane, che da tempo popolano le fantasie dell’estrema destra globale. Già nel 2015, il fondatore dell’alt right Richard Spencer esortava i suoi follower a prendere coscienza della loro “identità bianca” attraverso richiami all’antica Grecia. 

Recentemente questo atteggiamento ha iniziato a spopolare anche sui social network con la diffusione di contenuti volti a lodare la civiltà “occidentale e bianca”. Le narrazioni circolate online sostengono che l’occidente “bianco” avrebbe contribuito maggiormente allo sviluppo dell’umanità, tanto nell’antichità quanto nel mondo moderno, e che il colonialismo sia stato la naturale conseguenza di questi fattori. Dal punto di vista storico, però, risultano essere totalmente infondate. 

Il progresso: una prerogativa bianca e occidentale? 

Dalla politica alla medicina, dalla scienza alla filosofia, molte delle innovazioni che hanno plasmato il mondo moderno sono spesso ricondotte alla cosiddetta “civiltà occidentale”. Secondo alcune narrazioni infondate che circolano in Rete, ciò basterebbe a dimostrare che l’Occidente sarebbe una civiltà “più avanzata” o addirittura “superiore” al “resto del mondo”, quello non bianco, descritto per contrapposizione come “arretrato” o sottosviluppato.

Screenshot da TikTok e X di account che elogiano le invenzioni dei bianchi o dell’occidente

Innanzitutto, è necessaria una premessa: non è sempre facile valutare a chi accreditare una specifica innovazione dal momento che le scoperte e le invenzioni sono spesso il frutto del susseguirsi di più progressi minori. 

Un caso emblematico è la vaccinazione. La dimostrazione scientifica del primo vaccino, quello contro il vaiolo, fu presentata nel maggio 1796 da Edward Jenner nel Regno Unito. Ma la pratica di immunizzare le persone sane contro il vaiolo (variolizzazione) era sicuramente già praticata nell’Impero Ottomano (odierna Turchia) nel 1721. Quell’anno, la nobildonna inglese Lady Mary Wortley Montagu, che viveva lì, introdusse questa pratica in Europa e ne dimostrò la sicurezza sottoponendovi le sue due figlie. Sappiamo che all’epoca la pratica era già comune anche tra gli schiavi originari dell’Africa occidentale, che la introdussero in America. In Asia e in Africa, la variolizzazione era usata per prevenire il vaiolo almeno dal 15esimo secolo. 

Questo è solo un esempio per dimostrare che non è vero che la quasi totalità delle innovazioni hanno origine nell’occidente. Se pensiamo alla chirurgia, la prima testimonianza scritta di strumenti e tecniche chirurgiche è il Sushruta-samhita, un testo risalente al 600 a.C. e attribuito al chirurgo indiano Sushruta, mentre l’invenzione della carta risale al 105 d.C. nell’allora impero cinese.  

In tempi più recenti, a fine Ottocento, si deve al fisico indiano Jagadish Chandra Bose l’invenzione di uno specifico coesore che si rivelò una componente cruciale per la telegrafia senza fili, e precedette di 21 mesi gli esperimenti di Guglielmo Marconi. Nel 1901, Marconi utilizzò il coesore di Bose per ricevere il primo segnale radio transatlantico, e fece richiesta di un brevetto per questo dispositivo, senza menzionare il nome del suo reale inventore

Anche nel corso del Novecento ci sono numerosi esempi di inventori non occidentali. La TV a colori fu inventata dall’ingegnere messicano Guillermo Gonzalez Camarena, il freno elettrico venne patentato dal suo connazionale Victor Ochoa nel 1907 e la pillola anticoncezionale fu sintetizzata per la prima volta dal chimico messicano Luis E. Miramontes nel 1956. Sempre negli anni Cinquanta del Novecento, si deve al fisico indiano Narinder Singh Kapany l’invenzione della fibra ottica. Alcuni di questi inventori si formarono nei loro Paesi d’origine, altri in istituzioni occidentali, e altri ancora a cavallo tra le due: una dimostrazione del fatto che il progresso (scientifico e non) non è prerogativa di una specifica cultura o Paese.

Queste e molte altre sono storie non citate nei video che circolano in Rete, che si concentrano sulle invenzioni occidentali come le uniche valide e rivoluzionarie. 

Ma la disinformazione va oltre e arriva anche ad appropriarsi di invenzioni notoriamente non occidentali. Ad esempio è circolata la teoria infondata secondo cui i numeri che usiamo quotidianamente non sarebbero arabi, come viene raccontato, ma europei. In realtà, il sistema numerico decimale che usiamo anche oggi ha avuto origine in India nel VI o VII secolo ed è stato introdotto in Europa attraverso gli scritti di matematici mediorientali, in particolare al-Khwarizmi e al-Kindi, intorno al XII secolo.  

Le civiltà dimenticate 

A discapito della verità storica, “il resto del mondo” continua quindi ad essere raccontato come se la sua storia fosse un’appendice di quella occidentale. Secondo questa narrazione, le civiltà più prolifiche si sarebbero sviluppate soltanto in Europa – un’idea priva di fondamento – mentre i popoli degli altri continenti vengono descritti come arretrati o privi di progresso fino all’arrivo della colonizzazione europea.

Screenshot da TikTok di un video che mette a confronto un dipinto della Roma antica con una capanna che starebbe a rappresentare l’Africa odierna

Un esempio è il contenuto sopra riportato, dove vengono messe a confronto due immagini che starebbero a rappresentare Roma nel 100 a.C. e l’odierna Africa. Il dipinto che mostrerebbe l’antica Roma è il Compimento dell’Impero di Thomas Cole (1836) e rappresenta la visione ottocentesca dell’impero romano, peraltro in ottica critica, in quanto è parte di una serie di dipinti che veicolano un’allegoria pessimistica sull’ambizione imperiale destinata al fallimento. La foto della capanna invece è stata scattata nel 2013 nella terra dei Maasai, una popolazione che vive tra la Tanzania e il Kenya, in Africa. 

Riassumere l’intera storia africana e in generale l’Africa odierna con questa foto rende l’idea di un luogo “fuori dal tempo”. In realtà, l’Africa è sempre stata parte della Storia a prescindere dalla colonizzazione europea. Anzi, le stesse potenze africane, come l’Impero etiope, sono state considerate a loro volta imperi “coloniali” in espansione. Regni come quello dello Zimbabwe, invece, che prosperò tra il 1100 d.C. e il 15esimo secolo, intraprendevano commerci con moltissime altre parti del mondo, come la Cina e la Persia.   

È bene ricordare, tra l’altro, che una delle civiltà più antiche e prospere si ritrova proprio in Africa: l’Antico Egitto, infatti, fu una civiltà estremamente prolifica a cui si deve, ad esempio, l’invenzione del calendario solare di 365 giorni che usiamo tuttora. Mentre nel bacino del Mediteraneo si sviluppava e tramontava la civiltà romana, in Africa erano presenti svariati regni e potenze locali. Tra queste, il regno di Kush, che prosperò dal 1070 a.C. al 350 d.C. nell’odierno Sudan, e più tardi il più potente regno di Aksum, che tra il 100 e il 900 d.C. fu uno dei primi regni cristiani del mondo, e si trovava tra gli odierni Paesi di Eritrea, Etiopia, Sudan e Yemen. Sempre in contemporanea con gli antichi romani, nel 100 a.C. in Asia si trovavano il regno Satavahana nell’odierna India, e l’impero cinese nell’odierna Cina. 

La narrazione propagandistica che punta a mostrare l’occidente come superiore fa leva proprio sulla nostra ignoranza della storia al di fuori dell’occidente, che si estende fino al periodo della colonizzazione. Come già denunciato da Bertrand Honore Mani NdongbouPresidente del Coordinamento Italiano delle Diaspore per la Cooperazione Internazionale (CIDCI) e dell’associazione Camerunensi di Roma e Lazio (CAMROL), anche a scuola «l’Africa viene menzionata (fatta eccezione per l’Antico Egitto) solo a partire dell’epoca coloniale». Questo fornisce un quadro distorto del continente, in quanto dà l’impressione che “non ci fosse niente” prima dell’arrivo degli Europei. 

In realtà, il continente africano prima della colonizzazione europea annoverava svariati regni. Tra questi, due in particolare entrarono in diretto conflitto con gli Stati europei che desideravano controllare la zona. L’impero Asante nell’odierno Ghana, guidato dalla regina Yaa Asantewaa, portò avanti una guerra di resistenza (che perse) contro i colonizzatori britannici. L’impero etiope guidato da Menelik II e Taitu, invece, combatté e sconfisse l’esercito italiano colonizzatore nella battaglia di Adua del 1896, e rimase solo cinque anni sotto occupazione italiana, tra il 1936 e il 1941. 

Perché non si può parlare di “civiltà bianche”  

L’idea secondo cui le grandi civiltà del mondo antico fossero solamente i Romani e i Greci, e che l’Europa sia stata il centro nevralgico dello sviluppo in tutti i secoli successivi, è quindi infondata. Secondo l’archeologa e storica Naoise MacSwiney, non c’è alcun filo rosso che lega «la gloria della Grecia e della Roma classiche» con «la modernità atlantica» passando per «l’Illuminismo e il Rinascimento europeo attraverso l’oscurità del Medioevo [europeo, ndr]». 

L’idea stessa di “civiltà occidentale”, sostiene MacSwiney, è relativamente recente e apparve per la prima volta con l’espansione dell’imperialismo e del colonialismo europeo. Allo stesso periodo, e in particolare con lo sviluppo della tratta transatlantica degli schiavi, si deve far risalire lo sviluppo dell’idea di “razza bianca” come contrapposta (e superiore) alle altre. L’etichettatura di Romani e Greci come “civiltà bianche” è quindi un’invenzione moderna, in quanto il concetto di superiorità razziale non esisteva nel loro periodo storico

Nell’epoca di sua massima espansione, l’Impero Romano comprendeva il Nord Africa e le coste del Medio Oriente, e la sua era «una società mista», come ha spiegato la studiosa di storia romana Mary Beard a Repubblica. Tuttavia, «se oggi chiudiamo gli occhi e immaginiamo i Romani», aggiunge Beard, «li vediamo tutti bianchi: scardinare quel mito vuol dire riconquistare la reale diversità». 

L’apologia del colonialismo 

L’elogio di civiltà prettamente “bianche” e occidentali non si limita all’antichità, ma arriva fino all’epoca coloniale. Nel caso dell’America del Nord e dell’Australia, la propaganda di estrema destra arriva a negare l’occupazione europea di quelle terre con teorie infondate secondo cui i veri australiani e i veri nordamericani sarebbero “bianchi e biondi”, quindi di etnia caucasica. Nel caso dei Paesi africani, dell’Asia occidentale e del subcontinente indiano, la teoria che sta prendendo piede negli ambienti della destra occidentale, online e non solo, è quella secondo cui i Paesi colonizzati sarebbero stati meglio durante il colonialismo e avrebbero beneficiato dello sviluppo portato dai “bianchi”.

Screenshot da TikTok e X di account che elogiano il colonialismo bianco (in India e in Zimbabwe) e l’apartheid (in Sud Africa)

Uno dei benefici spesso citati è l’infrastruttura ferroviaria, come quella costruita in India durante il periodo coloniale. Se è vero che risale a quel periodo, non è corretto dire che fu “portata” dal Regno Unito senza interessi economici. Secondo le ricerche di Shashi Tharoor, autore di Inglorious Empire: What the British Did to India, i meccanici indiani avevano iniziato a produrre locomotive più economiche di quelle inglesi già alla fine dell’ottocento, e quindi nel 1912 venne approvata una legge che impediva esplicitamente alle officine indiane di progettare e fabbricare locomotive, assicurandosi che venissero importate dall’Inghilterra (e pagate dal governo coloniale dell’India con i soldi delle tasse imposte ai cittadini indiani). 

Inoltre, l’infrastruttura ferroviaria indiana fu inizialmente disegnata dalla Compagnia britannica delle Indie orientali per poter meglio spostare ed esportare i beni e le risorse locali, il che, si stima, portò alla sottrazione di 45 trilioni di dollari all’India tra il 1765 e il 1938. Prima della colonizzazione britannica, il subcontinente indiano non era affatto povero. Nel 1700, l’impero Mughal rappresentava circa il 24 per cento del PIL globale, come dimostrato dagli studi dell’economista e storico Angus Maddison. Poco prima dell’indipendenza dal dominio coloniale inglese, ottenuta nel 1947, la stessa regione rappresentava a malapena il 5,9 per cento del PIL globale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la gestione delle risorse e dell’economia da parte del Regno Unito portò alla carestia del 1943 nella regione del Bengala (tra il Bangladesh e l’India), che uccise 3 milioni di persone. 

Le sorti di altri Paesi colonizzati non furono molto diverse. In Congo, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la popolazione locale fu sfruttata per l’estrazione della gomma, che in quel periodo iniziò ad essere estremamente richiesta per via dell’invenzione del copertone pneumatico. Per la popolazione locale, la gomma diventò una forma di tassazione e nel caso del mancato raggiungimento della quota prevista furono implementati metodi violenti di punizione, come l’amputazione di arti. 

In Sud Africa, invece, le popolazioni locali vennero sradicate dai propri territori, e nel 1913, con il Natives Land Act, fu loro negata la possibilità di possedere o affittare della terra nel 93 per cento del territorio sudafricano. A livello istituzionale, il processo venne giustificato con la teoria infondata secondo cui le terre erano vuote prima dell’arrivo dei colonizzatori e quindi gli europei avrebbero avuto tutto il diritto di prenderle, in aggiunta alla teoria razzista secondo cui le popolazioni locali sarebbero state “selvagge” e non in grado di gestirle.     

Proprio quest’ultima teoria è il filo rosso che lega i video di lode al mondo occidentale che circolano sui social, secondo cui “i bianchi” sarebbero più intelligenti e più indicati a gestire i territori e gli Stati. Tale assunto viene spesso accompagnato da presunti risultati dei test sul quoziente intellettivo somministrato a persone di etnia diversa, che rafforzerebbero tale ipotesi.

A questo proposito vale la pena precisare che nel mondo accademico esiste una vasta discussione circa la validità dei test di intelligenza standardizzati (come quello che misura il QI) e molti studiosi sostengono che questi riflettano i valori e le esperienze culturali del gruppo sociale che li ha sviluppati, storicamente classi medie bianche. Questo può generare distorsioni nei risultati per individui provenienti da contesti culturali diversi. 

Più in generale, l’idea secondo cui l’etnia di una persona possa influire sui suoi tratti caratteriali o sulla sua intelligenza è una forma di razzismo scientifico; un razzismo che sembrava sconfitto dalla storia, ma che continua a farsi strada tra le crepe delle nostre false convinzioni.

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